In sintesi: Rory Gallagher è il rocker irlandese che ha tirato il blues dentro la Stratocaster con un’intensit’a poetica unica. Originario di Cork, esploso con i Taste a fine anni Sessanta, poi solista per oltre vent’anni di tour e dischi (Deuce, Tattoo, Irish Tour 74), ha lasciato un’eredit’a che parla ancora a chi cerca un blues senza fronzoli, suonato con tutto il corpo e tutto il cuore.
I miei ricordi iniziano in qualche momento dei primi anni settanta con l’incauto acquisto di un disco, Deuce. Dico “incauto” solo perché all’epoca, molto prima anche solo di immaginare un mondo con tutte le connessioni attuali, un disco si acquistava anche solo per la copertina, per il nome dell’artista, per sentito dire.
La scoperta fu un musicista con una dirompente carica emotiva, un rocker capace di passare dal suono elettrico graffiante e potente della sua Stratocaster a quello inusuale (per un adolescente italiano di allora) di un’acustica. Non si vergognava neanche di portare sul palco un mandolino… nel blues! La sua forza era la stessa alle prese con Big Bill Broonzy o con Freddie King, ed era anche un diavolo con la slide.
Una ventina d’anni dopo, un certo numero di chitarre e molti ascolti alle spalle, mi trovo al Pistoia Blues Festival ad ascoltarlo sul palco, in attesa di sapere se concederà un’intervista per la rivista Chitarre che pubblica i miei articoli. La Fender Stratocaster è quella di sempre con la cassa quasi totalmente sverniciata dall’uso, lo strumento diventato una vera e propria icona dopo esibizioni storiche come quella al Festival dell’Isola di Wight con i Taste.
L’incontro avviene nell’hotel dove Gallagher soggiorna il giorno dopo l’esibizione pistoiese. Il concerto è stato infuocato come al solito, nella migliore tradizione di un artista abituato a dare sempre il 120% sul palco. E la sua forma è piuttosto buona, considerate le condizioni fisiche discutibili di un uomo in attesa di un trapianto di fegato, seguendo la sorte di diversi altri colleghi che pagano lo scotto di anni di eccessi a base di alcool o droghe.
L’anno dopo l’operazione la farà ma, purtroppo, le relative complicazioni interromperanno definitivamente il suo percorso, portandolo via nel 1995 a soli 47 anni. Il giorno della sua morte tutte le televisioni irlandesi e anche la BBC interromperanno i programmi, i suoi funerali saranno trasmessi in diretta nazionale.
Nell’estate del 1994, dunque, Gallagher mi racconta di come sia contento del rinato interesse per il blues grazie all’ondata cavalcata da Stevie Ray Vaughan, dopo il boom della New Wave, il dilagare di synth e drum machine, e, infine, di quelli che chiama “chitarristi da corsa con le loro leve Floyd Rose“…
Courtesy Chitarre magazine – Photo F. Ristori
NON SOPPORTO I PURISTI
…anche le nuove generazioni si sono appassionate al blues. Io non ho mai cambiato genere. C’era un periodo in cui oltre a me c’erano solo Johnny Winter, i Fabulous Thunderbirds, John Hammond… questa gente ha permesso al blues di andare avanti. E poi, ovviamente, Albert Collins, B.B.King… Ma in quel periodo il blues era comunque relegato in un angolo: ora è diffuso ovunque.
Già, ogni tanto qualcuno riscopre che il blues è alla base di tutto e casca dalle nuvole…
Certo. Prendi Gary Moore… all’inizio si intrippa con questi trucchi alla Eddie Van Halen cercando di impararli tutti, poi una mattina si sveglia realizzando che è una strada senza uscita e torna al Les Paul e un piccolo ampli. Ora è con Jack Bruce e Ginger Baker… non sono una blues band vera e propria ma la musica che suonano è molto vicina, sai i Cream…
Hai citato Johnny Winter. L’altra notte pensavo che siete abbastanza simili nella valanga di energia scaricata sul palco, sia sulla chitarra che nel cantare…
Suoniamo tutti e due in maniera piuttosto aggressiva, tutti e due amiamo la slide, ma… siamo decisamente diversi. Per esempio io scrivo il novanta per cento delle cose che suono, Johnny no, si mantiene in gran parte nei canoni del blues, mentre io uso anche qualche fraseggio preso dal jazz, dal folk. Forse sono un po’ più versatile ma lui è un musicista fantastico: è grande! Se c’è una cosa che non sopporto sono i puristi… io ho studiato tutti i tipi di blues, quello della Carolina, di Chicago, del Delta, il ragtime blues… conosco questa musica come qualunque altro esperto… Ma mi piace Eddie Cochran, e allora? Django Reinhardt, il flamenco, e dunque? Che c’è di sbagliato?
IRLANDA MADRE
L’Irlanda è un posto piuttosto ínteressante per la musica. La mia impressione personale è che nella tradízione irlandese, nella sua grande emozionalità, ci siano molti punti di contatto con lo spirito del blues.
Se parliamo di tristezza e malinconia sicuramente I’Irlanda ne è ricca, se non altro per Ia sua storia difficile, e nella nostra musica c’è abbastanza complessità e uso di tonalità minori per poter definire facilmente un certo parallelo con il blues. Questo se vogliamo vederla in maniera scolastica. Ma c’è tanto altro in Irlanda…
Comunque I’impressione è che la musica irlandese in generale sia viva, che abbia un’anima…
Ha un’anima, sì. I ragazzini imparano su strumenti da due soldi, le donne suonano il tin whistle… c’è anche una grande tradizione di musica cantata a cappella, senza accompagnamento.
Sicuramente colpisce la forza di tutte le band che hanno layorato sulla rivitalizzazione della tradizione, a cominciare da Planxty, Bothy Band, etc … e poi gli U2. Che cosa pensi di The Edge? È sicuramente un chitarrista molto diverso da te.
Conosco The Edge, abbiamo aperto qualcuno dei loro concerti. Mi ha detto che all’inizio suonava anche qualcuno dei miei pezzi, poi ha trovato il suo stile con I’uso dell’eco che gli è caratteristico… è un grande musicista dallo stile originale e anche una brava persona. Per me è un complimento che abbia cominciato a suonare in parte sulle mie cose.
BRIT BLUES
Tornando un po’ agli inizi… i chitarristi inglesi, Clapton &co., raccontano che da ragazzi ascoltavano per la prima volta il blues dalla radio, specialmente radio Lussemburgo. Per te è stato lo stesso o la tua storia è differente?
Più o meno lo stesso. Ascoltavo lo skiffle di Lonnie Donegan e lui faceva canzoni di Woody Guthrie, Leadbelly… poi con la radio scoprii Muddy Waters, Jimmy Reed, Chuck Berry. In Irlanda era piuttosto difficile trovare dischi di blues e così ne misi assieme una piccola collezione solo quando andai in Inghilterra.
E quando hai cominciato a girare suonando, c’era competizione con i musicisti inglesi?
Non tanto competizione, quanto… era difficile sfondare in Inghilterra perché… beh, tra Irlanda e Inghilterra c’è sempre stato un certo attrito, lo sai, ma a poco a poco sono riuscito a trovare uno spazio. All’epoca sono andato anche ad Amburgo.
AGGRESSIVI QUANTO BASTA
Sulla chitarra sei un autodidatta. Quali sono le inJluenze principali nel tuo stile elettrico?
Fammi pensare, sono tanti… da Jimmy Reed a Elmore James, Buddy Guy, Freddie King, Albert Collins… Non c’è un singolo chitarrista che io abbia copiato o seguito in particolare per imparare il fraseggio, la tecnica slide… mi piace quello che fa John Lee Hooker con gli accordi, le sue quarte sospese. Mi piace usare poi dei lick che non provengono necessariamente da scale blues, inventare qualcosa di diverso.
C’è anche un certo tocco hendrixiano nel modo in cui malmeni a volte la chitarra. Sei molto più vicino a Hendrix che a Clapton con la sua leggendaria flemma…
Non uso il tremolo come Jimi, ma forse cerco la stessa sua aggressività sullo strumento, sfrutto qualche piccolo trucco. Agli inizi Eric suonava in maniera molto più dura, poi è entrato un po’ nella figura di JJ.Cale… sul palco non si muove quasi per niente. Effettivamente lui è abbastanza vicino al personaggio del gentleman inglese.
STRUMENTI VISSUTI E POCO ALTRO
Vedo che porti ancora sul palco la tua famosa strato dalla cassa “vissuta”. È una chitarra che ha qualche annetto, ormai…
È del’61. Io I’ho comprata usata nel’63 (all’età di quattordici anni, n.d.r.). I pickup sono quelli originali ma le bobine sono state riavvolte e le barrette della tastiera ora sono più grandi, come quelle Gibson.
Sul palco avevi sia dei Marshall che un Vox AC30…
Uso il Vox per il timbro e i Marshall per il volume. II segnale della mia chitarra viene separato da un’apposita scatoletta e va, da un lato, ai due Marshall (50 watt e 100 watt con casse 4 x 12″), dall’altro al Vox che fornisce le frequenze medie.Il tecnico, poi, miscela opportunamente questi suoni. Il Vox da solo non è abbastanza potente per concerti come questo, i Marshall possono strillare molto ma, specialmente con la Strato, spesso sono troppo taglienti… i medi dell’AC3O aiutano ad ammorbidire il suono. Il volume è a sette per tutti e due gli ampli. Se vai oltre, il suono perde troppo in definizione… e poi vario molto il livello del volume sulla chitarra. In studio è differente, continuo a usare quasi sempre i Vox, ma anche qualche piccolo ampli che non porto sul palco, Fender Tweed…
E gli altri strumenti che hai portato con te?
Una Telecaster che mi hanno regalato con su un Seymour Duncan e un Gibson, la mia Tele bianca, anche lei del ’62 o ’63, e una Gretsch Corvette con pickup P-90.
Ho tolto quelli originali perché avevano un suono interessante ma non abbastanza cattivo per Ia slide.
Poi, una Takamine acustica e anche il mio vecchio mandolino Martin che però non ho potuto utilizzare per i tempi stretti.
Usi corde molto grosse?
Quanto basta. Da .012 a .046 sulle Strato, .010-.044 per la Tele. Rispetto ai set commerciali generalmente uso bassi un po’ più grossi.
Photo by Amandasbutterflies
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Cover photo by Heinrich Klaffs
Le origini a Cork e l incontro con il blues
Rory Gallagher nasce a Ballyshannon nel 1948 e cresce a Cork, città portuale del sud dell Irlanda dove i dischi blues arrivavano via mare dai marinai americani. Quella geografia gli mette tra le mani il vocabolario di Muddy Waters, Lead Belly, Big Bill Broonzy, e contemporaneamente la sensibilità melodica della tradizione celtica. La sua chitarra adolescenziale è una Stratocaster del 1961 comprata di seconda mano: scrostata, vissuta, destinata a diventare un’icona insieme al suo proprietario. Da quella combinazione di radici geografiche e culturali nasce il timbro che lo renderebbe riconoscibile fra mille altri.
Lo stile Strat: tono, plettrata, slide
Il suono di Rory Gallagher è una lezione di blues elettrico: la Stratocaster con il manico segnato dalla sua mano sinistra, l amp Vox AC30 spinto, il riverbero scarno, lo slide in metallo che entra e esce senza prepotenza. La plettrata è dura ma pulita, costruita su una alternata stretta che spinge il riff senza mai annacquarlo. L uso del bottleneck è misurato: non c’è mai esibizione, c’è sempre una frase compiuta. Anche quando passa all’acustica il discorso non cambia: la mano destra resta protagonista, la dinamica vola da pianissimo a forte in un attimo solo.
Carriera e Taste, gli anni dell esplosione
I Taste, il power trio che Rory Gallagher fonda nel 1966, sono la palestra dove il suo blues-rock prende la forma definitiva. Il debutto omonimo del 1969 e il successivo On the Boards dell anno successivo sono dischi che non somigliano a nulla del rock anglosassone dell epoca: groove sporco, riff diretti, assoli di chitarra che escono dal solco blues senza tradirlo. Lo scioglimento del trio nel 1970 segna l inizio della carriera solista: dal disco omonimo del 1971 in poi Gallagher diventa l artista che molti chitarristi blues citeranno come maestro silenzioso.
Album iconici: Deuce, Tattoo, Irish Tour 74
Tre dischi raccontano meglio di altri l essenza di Rory Gallagher solista: Deuce del 1971, frutto di sessioni notturne registrate quasi senza overdub, con la chitarra che riempie ogni spazio senza ingombrare; Tattoo del 1973, il suo manifesto blues-rock più maturo dove la voce e la chitarra dialogano alla pari; Irish Tour 74, il live registrato in patria che restò a lungo come ritratto definitivo dell artista sul palco. In quel disco c’è tutto: la furia delle plettrate, la grazia degli intermezzi acustici, il pubblico che canta i ritornelli come fossero canti popolari celtici.
I tour europei e l etica del lavoro
Pochi musicisti del rock anni Settanta hanno suonato in giro come Rory Gallagher. I suoi tour europei sono leggendari per la fitta densità di date, per il modo schivo di trattare il successo, per la fedeltà alla band ridotta all essenziale (chitarra, basso, batteria, occasionalmente tastiere). In Italia ha suonato più volte negli anni Settanta e Ottanta, lasciando ricordi indelebili in chi lo vide nei palazzetti di periferia: tre ore di concerto senza pause, senza scaletta rigida, senza compromessi. La sua etica del lavoro è ciò che lo separa da molti suoi contemporanei.
L eredità: perché il suo blues parla ancora
Rory Gallagher se ne va nel 1995 a soli 47 anni, lasciando una discografia di una quindicina di album studio e live di una densità rara. La sua eredità non è una scuola o una tecnica specifica: è piuttosto un modo di stare in scena. Suonare il blues senza imitarlo, portare la tradizione americana dentro una sensibilità celtica, mai trasformare la chitarra in un esercizio di stile. Per chi cerca un riferimento blues-rock di sostanza, lontano dalle pose, Rory Gallagher resta una porta d ingresso decisiva.
Per chi ha fretta: 5 risposte su Rory Gallagher
Per chi ha fretta
1. Da dove veniva Rory Gallagher?
Era irlandese, nato a Ballyshannon nel 1948 e cresciuto a Cork.
2. Qual era la sua chitarra principale?
Una Fender Stratocaster del 1961 comprata di seconda mano da ragazzo, diventata negli anni un icona insieme al suo proprietario.
3. Quali sono i suoi dischi più importanti?
Deuce del 1971, Tattoo del 1973 e il live Irish Tour 74 sono spesso citati come il suo manifesto blues-rock più maturo.
4. Perché è importante per la chitarra elettrica?
Ha portato il vocabolario del blues americano dentro una sensibilità melodica celtica, definendo un modo di suonare la Stratocaster diretto, intenso, senza fronzoli.
5. Quando è scomparso?
Nel 1995, a soli 47 anni, lasciando una discografia di una quindicina di album fra studio e live.
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