Chi si diletta di home recording ci è già passato o ci passerà: parliamo di quel momento in cui si porta il mix su un altro impianto – l’auto, l’impianto Hi-Fi di un amico, uno smartphone qualsiasi – e quello che sui monitor da studio si sentiva come bilanciato e definito si trasforma in qualcosa di irriconoscibile.
Troppa cassa, medi spariti, tutto impastato. Ma allora i monitor mi stanno ingannando? Ho scelto quelli sbagliati? Dovevo spendere di più?
Il pensiero “ora li vendo e compro quelli che costano il doppio” serpeggia nella mente, ma attenzione, potrebbe non risolvere il problema e creare un inutile buco sul conto in banca.
La stanza suona più dei monitor
Partiamo dal punto che più di ogni altro viene ignorato – in particolare da chi è ai primi passi – quando si compra il primo paio di monitor: senza trattamento acustico, quello che senti non è il suono dei tuoi monitor. È il suono dei tuoi monitor più la tua stanza. E la stanza fa una grande percentuale del suono finale (questo è anche un motivo per il quale ai neofiti si consiglia spesso un buon paio di cuffie al posto dei monitor, ma il mix in cuffia ha a sua volta tutta una serie di accortezze non facili per chi è di primo pelo).
Le riflessioni delle pareti, dei mobili, del soffitto, creano nella risposta in frequenza picchi e avvallamenti (cerchiamo di non usare un gergo tecnico troppo austero in questo articolo, NdR) che si misurano in svariati decibel. Vuol dire che quella cassa grassa e invadente che ti fa alzare il sopracciglio potrebbe non esistere nella traccia: magari è la tua parete posteriore che risuona.
Il trattamento acustico non richiede di trasformare lo studio in una camera anecoica. Bass trap posizionate negli angoli, pannelli fonoassorbenti nel punto di primo riflesso laterale e alle spalle dei monitor, cambiano le cose in modo misurabile. Non è estetica da studio professionale: è la condizione minima perché il monitoraggio serva a qualcosa.
Detto questo, il trattamento acustico non è sempre realizzabile. Prima di tutto per i costi. Oppure, chi lavora in camera da letto, chi vive con i genitori, magari non può toccare le pareti: situazioni reali e molto comuni.
La buona notizia è che oggi molti monitor da studio, anche in fasce di prezzo accessibili, integrano sistemi di room correction con step di settaggio preimpostati o che addirittura misurano la risposta acustica della stanza tramite un microfono in dotazione e applicano una correzione direttamente al segnale.
Gli stessi sistemi esistono via software o integrati in alcune interfacce audio. Non sostituiscono un trattamento acustico fatto bene, ma in assenza di alternative sono uno strumento concreto e non una scorciatoia. Se la stanza non si può trattare, almeno si può correggere.
Dove li metti è già metà del lavoro
I monitor si comprano con cura e si posizionano con approssimazione. Succede quasi sempre. Boom, buttati lì alla meno peggio o solo per senso estetico (magari per fare la foto su instagram “guarda il mio studio nuovo“), senza neanche tenere conto della posizione rispetto alle proprie orecchie o alla simmetria.
La configurazione nearfield (ovvero vicino al punto di ascolto) richiede che i due diffusori e la testa dell’ascoltatore formino un triangolo equilatero, con il tweeter all’altezza delle orecchie. La distanza di ascolto tipica varia tra gli 80 cm e il metro e mezzo, ma dipende dal modello. Puoi fare piccoli aggiustamenti a tuo gusto per quanto riguarda il toe-in (inclinazione laterale verso di te), ma quando si parla di mix, sarebbe bene avere sempre ogni frequenza limpida e diretta verso le orecchie.
Poi c’è il tema del disaccoppiamento. I monitor appoggiati direttamente su una scrivania trasmettono le vibrazioni al piano, che risuona e sporca le basse frequenze. I pad isolanti, quelli in gommapiuma densa o in materiali viscoelastici, non sono un vezzo da audiofilo: riducono questa trasmissione e restituiscono più definizione nel basso. Costano poco, si trovano ovunque.
Ci sono poi soluzioni anche molto più costose ed efficienti, ma non è questa la sede per parlarne, siamo pur sempre nell’home recording e non in uno studio professionale.
Infine, la distanza dalla parete di fondo (quella dietro ai monitor): più i monitor sono vicini a una superficie rigida, più le basse frequenze si accumulano. Molti modelli hanno un filtro correttivo per compensare questo effetto o semplicemente un’opzione di shelf nel pannello posteriore. Ma insomma, non appiccicarle al muro. Con pareti non trattate, lasciare almeno dai 30 ai 60 cm è cosa buona e giusta.
Questa foto sopra è esplicativa di un posizionamento errato, il ragazzo dovrebbe scegliere: o abbassa la sedia, o alza i monitor. In più, tutto è appiccicato alla parete come un ragno, non va bene.
Il rodaggio esiste, piaccia o no
Il dibattito sul rodaggio dei diffusori tende a diventare una questione di fede piuttosto in fretta. Da una parte chi giura che faccia una differenza enorme, dall’altra chi lo liquida come folklore.
La realtà è che i materiali elastici che compongono la sospensione del woofer, gomma, foam, polimeri vari, hanno bisogno di qualche ora di utilizzo per stabilizzarsi meccanicamente e lavorare in modo più lineare. Non centinaia di ore come spesso si esagera, in particolare in ambito audiofilo. Ma appena tirati fuori dalla scatola, no, non suonano come dopo un po’ di “movimento”.
Quanto tempo? Dipende dal tipo di altoparlante e dipende ovviamente da quante ore li usi al giorno. Comunque, non ci vogliono secoli.
Quanto cambia? Non è una trasformazione radicale, ma è sufficiente per rendere poco affidabile qualsiasi giudizio definitivo sulla risposta dei monitor nelle prime ore di funzionamento. Qualche giorno di ascolto con materiale musicale vario, prima di usarli come riferimento serio per un mix, è tempo speso bene.
C’è poi un altro rodaggio: quello delle orecchie. Soprattutto se non sono il tuo primo paio di monitor ma hai sostituito un modello usato per anni, datti tempo ad abituarti al nuovo sound. Il monitor “neutro, trasparente, con risposta flat” – nonostante ciò che professano certi soloni – non esiste, ognuno ha una sua anima sonora.
Il volume di ascolto non è un dettaglio
C’è una ragione precisa per cui negli studi professionali il livello di ascolto viene calibrato con un fonometro e lasciato fisso: l’orecchio umano non percepisce le frequenze in modo uniforme al variare del volume. A livelli bassi, le basse frequenze sembrano meno presenti; ad alto volume tendono a sembrare esagerate. Questo fenomeno, descritto dalle curve di Fletcher-Munson, rende inconsistenti tutte le decisioni di mix prese a volumi diversi.
Per il lavoro quotidiano in home studio non serve una calibrazione da sala di mastering. Basta stabilire un livello di riferimento fisso, intorno ai 79-85 dB SPL misurati con qualsiasi app per smartphone, e usarlo come punto di partenza per le sessioni di ascolto critico.
Il potenziometro del volume sui monitor va impostato e lasciato lì; per le variazioni si usa il DAW o l’interfaccia audio.
Ricorda inoltre che il nostro cervello si stanca come qualsiasi altro organo e muscolo del nostro corpo. Ogni tanto fai una pausa in silenzio,esci a prendere una boccata d’aria e dopo una mezz’ora torna al tuo mix. Lo sentirai diverso da come lo hai lasciato dopo magari un paio d’ore di smanettamenti, garantito!
La curva di risposta vale in camera anecoica, non a casa tua
Ogni scheda tecnica riporta la risposta in frequenza dei monitor: “45 Hz – 20 kHz ±3 dB” o varianti simili. È una misura reale, ma effettuata in condizioni che non esistono in nessun home studio: una camera anecoica, priva di riflessioni. Nella tua stanza, quella curva sarà diversa, molto diversa, a causa delle risonanze proprie dell’ambiente.
Ma c’è un problema ancora più a monte, che riguarda chi sceglie i monitor basandosi quasi esclusivamente sui dati tecnici senza averli mai ascoltati. La scheda tecnica dice molto sul comportamento teorico di un diffusore, ma non dice nulla su come risponde all’impulso, su quanto è veloce il woofer, su come gestisce i transienti o su quanto è coerente la risposta tra il tweeter e il woofer nella zona di crossover. Sono aspetti che si devono ascoltare. Due monitor di marca diversa (o anche due modelli nello stesso catalogo) con curve di risposta quasi identiche possono suonare in modo molto diverso nella pratica, e portare a scelte di mix diverse.
Un altro dato spesso frainteso è la tolleranza dichiarata. “±3 dB” sembra una precisione ragionevole, ma significa che in certi punti dello spettro il monitor può avere una deviazione di 6 dB tra il picco più alto e la caduta più profonda. Su un mix, 6 dB di differenza in una zona di frequenza non sono un dettaglio.
Poi c’è il capitolo della risposta in basso. Molti monitor dichiarano un’estensione nei bassi che tecnicamente è vera, ma taciuta la parte importante: a che livello di pressione sonora quella frequenza viene riprodotta prima di cadere drasticamente. Un monitor che “arriva a 45 Hz” potrebbe farlo con una perdita di 10 dB rispetto alla banda centrale, rendendolo di fatto inaffidabile in quella zona per decisioni di mix serie.
Magari non come primo acquisto, ma integrare nel tempo un subwoofer non è certo un’ideaccia. E ne esistono anche in questo caso con room correction integrata, cosa che in un sub è a dir poco fondamentale se non sei un tecnico esperto (no, smanettare da anni con un po’ di roba che hai comprato/venduto non fa di te un tecnico esperto).
Il mono rivela quello che lo stereo perdona
Questa non riguarda i monitor in senso tecnico, ma il modo in cui vengono usati, e viene trascurata con una costanza impressionante. Ascoltare un mix in mono non è un’abitudine retrò: è uno degli strumenti diagnostici più efficaci che esistano, e non costa niente.
Un mix che suona convincente in stereo può perdere definizione, coerenza e presenza non appena si sommano i due canali, se ci sono problemi di fase tra le tracce. E una fetta significativa degli ascolti musicali quotidiani avviene ancora su sorgenti mono o quasi mono: uno smartphone appoggiato su una superficie, un altoparlante Bluetooth da pochi euro, ecc. Se il mix non regge in mono, regge su meno impianti di quanti si pensi.
Qualsiasi DAW e la maggior parte delle interfacce audio permettono di sommare i canali in mono con un click. Usarlo non in fase finale, ma durante il lavoro, aiuta a prendere decisioni più solide su posizionamento, EQ e livelli. È uno di quei consigli che sembrano ovvi e che quasi nessuno mette davvero in pratica.
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