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Musica umana o AI? BRX Provenance, il protocollo che svela chi ha davvero composto musica

Premessa sono un semplice scriba (divulgatore spettava a Piero Angela) che in questo caso ha chiesto contributi importanti da chi scrive musica per avere il loro parere piuttosto che applaudire semplicemente a questa iniziativa che ha lo scopo di certificare la produzione umana rispetto a quella virtuale. Ho interpellato autori di tutti i generi musicali per avere un feedback a 360° sui loro diritti prossimi futuri.

Nel mondo occidentale l’attribuzione della creazione musicale cominciò gradualmente poco più di un millennio fa con il neuma (grazie a Patrizia Bovi e Stefano Albarello per le loro illuminanti masterclass cui ho avuto il privilegio di assistere).

A questa notazione semplice seguì la rivoluzione del tetragramma e poi, finalmente, l’invenzione di Ugolino da Orvieto, che nel corso del tempo si è arricchita di ulteriori simboli e notazioni anche extra pentagramma e soniche per definire con il massimo della precisione l’intenzione di chi ha creato la composizione musicale (brano, traccia o come la volete chiamare) con conseguenti diritti d’autore.

In questi ultimi decenni la composizione musicale standard, ma anche quella aleatoria, e la scrittura per i diritti d’autore sono state semplificate grazie a diversi software (dalle DAW a quelli specifici per partitura); anche per il deposito in pochi anni siamo passati dall’analogico (tutto suonato e scritto come amanuensi), al digitale (interventi di software e librerie digitali per scrittura e composizione), al virtuale (basta buttare l’idea in pasto all’AI).

La tutela dell’autore è passata dal confronto di poche battute su pentagramma a quello sonoro a… Cosa ci dice che sia IA, quindi regolata da AI Act e non coperta da copyright, e non sia creata da un autore umano?

In aiuto dei compositori viene il buon Marco Barusso che ha ideato BRX PROVENANCE il primo protocollo che certifica l’origine umana, fisica e autentica dell’Arte nell’era dell’Intelligenza Artificiale

Il concetto alla base di questo servizio non è solo la certificazione legale che supera i rigidi controlli per attestare la produzione umana ma bensì la fornitura di un Passaporto Digitale che valida in tutto il mondo l’identità, il luogo e il processo di creazione.
La cosa interessante è che non si rivolge esclusivamente agli artisti (sicuramente i più interessati, anche se non tutti hanno colto l’importanza di questo servizio) ma anche a doppiatori e speaker e persino a designer e creatori di moda.
In poche parole, BRX PROVENANCE è una tutela a 360° in un mondo nel quale l’I.A. sta rubacchiando (o dovrei usare un termine più forte?) a destra e manca per creare i suoi contenuti, sui quali omologare le scelte e i gusti degli umani.

Segue un elenco di risposte disposte in ordine cronologico di arrivo. La maggior parte dei miei contatti ha risposto in modo affermativo ma sintetico «bella idea» «molto interessante» «Mi interessano informazioni, ma ancora non ne so molto» ecc… Vi tralascio queste ripetizioni.
Ecco qualche risposta più articolata, ognuna è interessante perché solleva non solo un punto di vista diverso ma anche varie sfaccettature della questione. Non metterò i nomi – le citazioni assicuro che sono tutte reali – perché conta in questo caso maggiormente il messaggio e non vorrei fare distinzioni a seconda della persona che lo porta.

“Penso che prima o poi questa cosa debba essere regolamentata in modo chiaro e definitivo. Mi sembra un’ottima iniziativa

Tema interessantissimo. Non so se questa certificazione nasca sull’onda dell’AI Act e se la finalità sia quella di certificare il processo creativo ai fini del riconoscimento del copyright, so che alcune piattaforme ora richiedono una dichiarazione di trasparenza prima di pubblicare un brano. Mi viene in mente che al grande pubblico non interesserà capire a chi sia attribuibile lo sforzo creativo.  Finirà per essere una questione di principio per gli addetti ai lavori e per i fruitori di nicchia, così come lo è stata quella delle royalties misere pagate dalle piattaforme di streaming, poi ci siamo tutti adeguati.

Non so dirti, mi pare il tentativo di fermare il mare con le mani. Si sapeva che il progresso avrebbe superato per alcune materie, in sostanza, le nostre piccole capacità umane. Forse fa un favore agli autori sinceri che non dovranno per mangiare scrivere ca**te, ora ci pensa la macchina.
Dal punto di vista lavorativo certamente cambia le regole, un po’ come fece Photoshop quando uscì, per i grafici… poi si adeguarono. La creatività, dopo il periodo paese dei balocchi, si mette in moto con i mezzi che ha, quindi non mi sento privato di nulla, so che la creatività, il genio, il personale continuerà ad essere premiato in qualche modo.
Però l’iniziativa darebbe solo una patente di autenticità ma non certo l’impatto che avrà sul pubblico che continuerà a non capire un emerito di quello che ascolta…non credo, ma generalmente mi sbaglio, prenderà piede perché qui stanno tutti correndo per vendere e solo pochi fanno musica per tradizione diciamo, siamo al di la del muro, ci piaccia o meno…

Sono favorevole alla possibilità di scegliere se ascoltare un’opera di un compositore o di un computer. Non credo si possa fermare il ‘progresso’ qualunque cosa voglia dire questa parola, ma credo anche che se l’arte perde il suo valore antagonista diventa propaganda o, nel migliore dei casi, intrattenimento.

È davvero avvilente la fine che abbiamo fatto: tutto pensato per aumentare costi a noi del popolo, con la complicità di molti di noi che alimentano tecnologie pensate per essere usate contro di noi, non a nostro favore, ma per le quali molti di noi si fanno prendere dall’entusiasmo che viene strumentalizzato dal capitalismo, per generare falsi bisogni.

Se sono un musicista e produttore a cosa mi serve l’AI? Perché l’ho alimentata? Perché l’ho usata con l’ingenuità nel dirmi: sono un professionista e devo stare al passo coi tempi?

Software come Suno che alla fine della giostra costano, con abbonamenti capestro (come Netflix e Prime che paghi e devi pagare di più per non avere la pubblicità, quando abbiamo rotto le scatole per il canone RAI).

“Se vuoi fare lavori seri devi pagare (costi che potresti sostenere a quel punto per pagare musicisti i cui turni non vengono più pagati) e poi altri costi da sostenere, come produttore, per certificare che il tutto è fatto da umani.

Potrebbe essere interessante, forse è qualcuno che si è  inventato un lavoro su una nuova problematica del settore musicale. Ora sono in viaggio. Lunedì  me lo studio  bene e ti dico  cosa  ne penso. 

Il fatto di passare le opere da una commissione, ha senso, in un certo modo… ma non ha proprio senso per il numero di opere da affrontare… e la “scomodità” del sistema che creerebbe infinite liste d’attesa, costi, e altri intoppi…. l’autocertificazione secondo me è più fattibile.

Sono ancora un po’ alieno alla questione forse perché nel campo della registrazione con strumenti storici pensiamo di essere ancora fuori da questo problema. Ma certamente riguarda tutti. non ho capito però chi sia l’autorità garante e come faccia a sancire l’appartenenza e quindi la tutela senza essere per prima gabbata. Forse non ho ben a fuoco il problema? E soprattutto è un garante a pagamento?

Penso che prima o poi questa cosa debba essere regolamentata in modo chiaro e definitivo. Mi sembra un’ottima iniziativa.”

Per la scrittura di questo articolo NON è stata usata l’I.A. e si diffida CHIUNQUE NON AUTORIZZATO dall’utilizzo di questo articolo e/o sue parti per istruire l’I.A.



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