Forbes ha da poco pubblicato le sue previsioni annuali sull’industria musicale per il 2026, e questa volta l’intelligenza artificiale è al centro di tutto. Non si tratta di un futuro utopico o distopico chiaramente definito, ma di una serie di piccole decisioni che, sommate, stanno ridisegnando il modo in cui la musica viene creata, distribuita e monetizzata.
Virginie Berger, esperta del settore che lavora all’intersezione tra musica, AI e innovazione, ha analizzato come le licenze si stiano spostando sempre più a valle del processo produttivo, come il valore dei cataloghi venga rivalutato in tempo reale e come il rischio venga gestito solo dopo il deployment delle tecnologie.
Secondo l’analisi pubblicata dalla celebre rivista americana, il 2026 sarà un anno cruciale in cui i tribunali e le normative cercheranno ancora di mettersi al passo, mentre piattaforme, investitori e mercati hanno già preso la loro direzione.
Le nove previsioni seguono una logica precisa: mostrano come le licenze si stiano spostando più avanti nel processo creativo, come il valore venga ricalcolato in tempo reale e come il rischio venga assorbito solo dopo l’implementazione delle tecnologie AI.
Licenze downstream: il nuovo paradigma
Una delle tendenze più significative individuate da Forbes riguarda lo spostamento delle licenze a valle del processo produttivo. Non si tratta più di ottenere permessi prima di utilizzare un contenuto, ma di gestire diritti e royalty solo quando avviene la monetizzazione.
Questo approccio, definito “opt-in flessibile”, varia a seconda di chi sta aggregando i contenuti, chi sta negoziando e quanto potere contrattuale ha ciascuna parte. Per gli artisti questo non è pragmatismo, ma un vero e proprio fatto compiuto che arriva quando il potere si è già spostato altrove.
PRO e private equity: conflitto in vista
Una delle previsioni più concrete riguarda le performing rights organizations (PRO) di proprietà di fondi di private equity. Forbes prevede che entro il 2026 almeno una di queste organizzazioni adotterà un framework di licenze AI che darà priorità a ricavi prevedibili e su larga scala piuttosto che al consenso individuale dei songwriter.
Questa decisione porterà a un conflitto con i creator (autori, compositori, interpreti, songwriter, produttori, ecc.) che respingeranno l’idea di vedere i propri diritti impacchettati in accordi AI senza un chiaro consenso preventivo, trasparenza o controllo.
Cataloghi musicali: valore e tolleranza
I cataloghi musicali stanno iniziando a essere valutati non solo per ciò che guadagnano oggi, ma per quello che potrebbero essere in grado di “tollerare” domani.
Questo cambiamento di prospettiva è significativo: il valore non dipende più solo dalle performance storiche o dalle proiezioni di streaming, ma dalla capacità di un catalogo di essere integrato in sistemi AI e di generare nuove forme di revenue in scenari tecnologici futuri.
Un’industria che già perde enormi quantità di denaro in costi amministrativi dovrebbe essere molto cauta nei confronti di sistemi che normalizzano permessi retroattivi e scarsa trasparenza contrattuale.
Piattaforme e contenuti AI: la grande sostituzione
Forbes evidenzia come piattaforme come Spotify e YouTube stiano già integrando l’AI in modo discreto per curare playlist e raccomandare musica. Nel 2026 ci si aspetta un diluvio di contenuti generati dall’intelligenza artificiale su queste piattaforme, spesso mascherati da opere create da umani.
Questa tendenza erode la fiducia degli ascoltatori e diminuisce il valore dell’arte autentica, mentre i servizi di streaming potrebbero risparmiare miliardi sostituendo musica sotto licenza con alternative generate dall’AI. Senza trasparenza forzata, i consumatori potrebbero inconsapevolmente interagire con musica interamente prodotta da macchine, sfumando la distinzione tra vera creatività artistica ed efficienza aziendale.
Agenti AI e il futuro (incerto) dei musicisti
Entro il 2026, gli agenti basati sull’AI dovrebbero assumere ruoli significativi nell’industria musicale. Un agente AI è un sistema software capace di eseguire autonomamente compiti complessi come scrivere, produrre e commercializzare musica.
Sono emerse discussioni anche su major label che testano performer generati dall’AI, sebbene un’adozione diffusa rimanga incerta. Se sviluppate, queste entità AI potrebbero operare senza bisogno di royalty e pause, creando potenzialmente una competizione inaffrontabile per i musicisti umani.
Consenso a monte o non è consenso
Un punto sollevato con forza nell’analisi di Forbes riguarda la questione del consenso. Quando le licenze si spostano a valle e il rischio viene assorbito dopo il deployment, non si tratta di inevitabilità o logica di mercato, ma di una scelta deliberata di differire il consenso fino a quando il potere si è già spostato.
Gli artisti non lo percepiscono come pragmatismo, ma come un fatto compiuto. Un’industria “creator-first” non può voler dire essere consultati in post o compensati per usi che non sono mai stati significativamente autorizzati: il consenso deve essere richiesto all’inizio, altrimenti non è affatto consenso.
Proprietà intellettuale e corsa globale
Forbes sottolinea come la corsa globale per dominare l’AI stia accelerando decisioni politiche che daranno forma a questo settore. Un’amministrazione pro-deregolamentazione potrebbe indebolire le protezioni del copyright, favorendo le aziende tecnologiche rispetto ai creator.
Questo potrebbe permettere alle società statunitensi di adottare strategie aggressive di deployment AI, influenzando gli standard internazionali e marginalizzando ulteriormente gli artisti.
Trasparenza e advocacy: più critiche che mai
L’ultima grande previsione riguarda la necessità di trasparenza nei protocolli di licensing e training dell’AI, che diventa più critica che mai.
L’impennata nei depositi di proprietà intellettuale illustra quanto rapidamente l’AI stia avanzando, in particolare nei settori della musica e del video. Man mano che l’AI generativa trasforma questi campi, la posta in gioco per i creator non è mai stata così alta.
Un futuro fatto di scelte, non di inevitabilità
Forbes conclude la sua analisi sottolineando che non stiamo entrando in un'”era AI” chiaramente definita con una strategia precisa dietro. Quello che stiamo vedendo è invece una serie di piccole decisioni cumulative che hanno senso localmente e sembrano convenienti nel momento, ma che sommate producono qualcosa di molto diverso quando si fa un passo indietro.
La sfida per il 2026 sarà capire se l’industria musicale riuscirà a trovare un equilibrio tra innovazione tecnologica e tutela dei diritti dei creatori, o se continuerà a scivolare verso un modello in cui il consenso arriva sempre troppo tardi.









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