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 Il mondo polistrumentale di Maya Delilah in “The Long Way Round”

Dopo due EP, un debutto LP di grande maturità: songwriting intimo, arrangiamenti ricchi e una chitarra dal suono iperconvincente, caldamente consigliato dall’inizio alla fine.

The Long Way Round è uno di quei debutti rari in cui un’artista mette sul tavolo tutto il proprio mondo sonoro senza risultare dispersiva, ma anzi costruendo un percorso coeso, intimo e sorprendentemente maturo.
È un disco da cui è davvero difficile staccarsi, e che merita di essere ascoltato dall’inizio alla fine, più volte. Che sia stato prodotto dalla prestigiosa Blue Note – “casa” dei jazzisti più grandi di sempre – non ci stupisce.

Un album-narrazione, tra nostalgia e nuove partenze

L’idea del “giro lungo” è il filo rosso di un lavoro che parla di cicli, inizi, finali e ripartenze, tanto nelle relazioni quanto nella crescita personale. L’apertura con “Begin Again” mette subito a fuoco il tono del disco: un brano morbido, quasi da tardo pomeriggio, in cui le immagini di prime volte (auto, casa, baci) diventano il pretesto per riflettere su come si ricomincia davvero.

I testi alternano momenti di ricordo quasi domestico e attimi di vulnerabilità molto diretta: brani come “I’ll Be There in the Morning” e “Look At The State Of Me Now” lavorano su esperienze spiacevoli e insicurezze, ma vengono filtrati da una scrittura che cerca più la catarsi che l’autocommiserazione. L’impressione è quella di sfogliare un diario, ma tenuto da qualcuno che ha già fatto un passo indietro per ricomporre i pezzi con lucidità.

Polistrumentista, non solo “cantante con la chitarra”

Uno degli aspetti più affascinanti del disco è quanto si percepisca l’anima polistrumentista di Maya Delilah: non siamo di fronte a una semplice songwriter chitarra-voce, ma a una musicista che costruisce arrangiamenti pieni, stratificati, pensati al dettaglio. La palette sonora mette insieme soul-pop, accenni di country, blues, gospel, cori quasi da chiesa, fino a un funk dichiarato in “Squeeze”.

Molti degli elementi che a un primo ascolto potrebbero sembrare synth o parti di tastiera sono in realtà chitarre lavorate, armonizzate, sovraincise con grande cura timbrica, a conferma di un approccio da artigiana del suono, non solo da performer. La sensazione è che ogni scelta – dal groove di basso al colore degli organi, passando per i cori – sia stata filtrata dalle sue orecchie prima ancora che dalla produzione.

Il suono di chitarra

Un altro protagonista oltre alla voce, è il suono di chitarra di Maya Delilah. L’album sta in quello spazio elegante dove il playing è tecnicamente solido, ma sempre al servizio della canzone: niente esercizi di stile, tanta melodia, tanto respiro.

Si sente un background che guarda alla scuola di John Mayer e al blues “cantato”” più che shred”, con frasi che sembrano letteralmente una seconda voce. Il tocco è morbido, leggermente compresso, con un clean caldo spesso arricchito da reverberi e un filo di saturazione, perfetto per far emergere bend lunghi e note “tirate” al punto giusto.

Momenti come i soli che incorniciano l’inizio e la fine del disco funzionano quasi come parentesi narrative: è come se la chitarra riassumesse quello che le parole non dicono apertamente. Nei brani più ritmati, come “Squeeze”, si aggiunge una componente ritmica molto funk, con parti di chitarra che dialogano con il basso in modo serrato, senza mai diventare invadenti.

Perché vale la pena ascoltarlo (subito)

The Long Way Round è un debutto che suona già come il punto d’arrivo di un percorso: un disco di “coffeehouse soul” che scalda, consola e allo stesso tempo impressiona per livello musicale, senza mai cadere nella dimostrazione di forza.

È un album che può parlare tanto ai musicisti – per il lavoro sugli arrangiamenti, la qualità del fraseggio di chitarra, il gusto negli incastri – quanto a chi cerca semplicemente un disco da mettere su la domenica mattina e lasciare girare fino alla sera. E c’è anche l’ospite d’onore: Cory Henry su “Jeffrey”. Non manca proprio nulla insomma…

Per chi vive di chitarre, è uno di quei rari casi in cui la strumentazione è centrale ma mai egocentrica: il playing di Maya è elegante, narrativo, pieno di idee, e dimostra quanto una polistrumentista possa tenere insieme sensibilità cantautorale e cultura chitarristica senza sacrificare nessuna delle due.

Il consiglio, senza mezzi termini: prendetevi il vostro “giro lungo”, mettete le cuffie e ascoltate questo disco dall’inizio alla fine.



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