Alcune fonti indicano che la parola “audiophile” compare per la prima volta nel 1951 sulle pagine della rivista statunitense High Fidelity, come parola per descrivere l’appassionato di riproduzione sonora di alta qualità. Il termine nasce dalla combinazione di audio‑ (dal latino audire, ascoltare) e ‑phile (dal greco philos, amante), quindi letteralmente “amante del suono”/“amante dell’ascolto”
8 anni dopo, nel 1959, la BBC manda in onda un cortometraggio che fotografa una nuova, curiosa creatura sociale: l’audiofilo ossessionato dalla “perfetta” alta fedeltà. Diretto da John Schlesinger e narrato da Robert Robinson, Hi-Fi-Fo-Fum racconta con ironia chirurgica una passione che, a ben vedere, non è mai tramontata.
Il contesto: la BBC, Monitor e la nascita dell’hi-fi domestico
Hi-Fi-Fo-Fum nasce come servizio per Monitor, magazine televisivo della BBC dedicato alle arti, trasmesso il 12 aprile 1959 nel pieno boom dell’hi-fi casalingo. Il film osserva da vicino quella che viene definita una “burgeoning phenomenon; the audiophile”, un pubblico sempre più numeroso disposto a trasformare il salotto in una sala d’ascolto.
Schlesinger guarda a questo mondo come a un piccolo teatro domestico: cavi, valvole, mobili in noce e misurazioni maniacali diventano gli oggetti di scena di una nuova religione laica, tutta centrata sul culto del suono perfetto.
Il sogno di sentire il sospiro del direttore
La narrazione si apre con la figura quasi grottesca di un appassionato che continua ad aggiungere componenti al suo impianto finché non potrà sentire persino il sospiro del direttore d’orchestra quando il flauto piccolo entra in ritardo.
In una sola immagine, il film riassume la psicologia dell’audiofilo: più che ascoltare la musica, cerca di ascoltare dentro la musica, alla caccia del dettaglio impossibile.
Sappiamo bene che adesso l’audiofilo medio risponderebbe “no, noi vogliamo la più limpida rappresentazione dell’evento reale.” Ma tralasciando il vecchio dibattito se questa sia o non un’utopia, ci chiediamo quanto pesi nell’evento reale un respiro. Voi usciti dal concerto ricordavate i respiri del direttore d’orchestra? Beh, non ci sembra molto confortante…
Il commento di Robinson nel video è chiedersi se queste persone amino davvero la musica o se, in realtà, siano innamorate soprattutto dei loro apparecchi, domandandosi con sarcasmo se sia “per amore di un crossover” o per un’inguaribile debolezza verso il tweeter che restano ipnotizzate di fronte a pannelli e circuiti.
Il negozio hi-fi come cattedrale del nuovo culto
Uno dei passaggi più memorabili è ambientato in un negozio di hi-fi, trasformato visivamente in una sorta di cattedrale moderna: le vetrine di dischi appaiono come mosaici luccicanti e i commessi assumono il ruolo di serissimi “chierichetti” del culto dell’alta fedeltà.
Qui il cliente-tipo entra già padrone del gergo tecnico: dichiara di avere un woofer da 12 pollici e chiede con disinvoltura un “Trebex tweeter”. Il venditore rilancia proponendo un crossover con tanto di spiegazione sull’assegnazione delle frequenze corrette delle casse, e una preziosa unità con stadio di uscita ultra-lineare e distorsione intorno allo 0,1% a 10 watt, il tutto seguito da una raffica di prezzi in sterline e scellini snocciolati con l’aria di chi sta recitando una formula sacra.
In questa scena l’aspetto tecnologico diventa a tutti gli effetti linguaggio iniziatico: se non parli quella lingua, suggerisce la voce narrante, è inutile perfino entrare in negozio. L’audiofilo viene così definito come membro di una setta ristretta, in cui la vera appartenenza passa dalla padronanza di acronimi, specifiche e unità di misura.
I negozi di dischi come luoghi di culto laici
Il film allarga poi l’inquadratura ai negozi di dischi, descritti come “glossy cathedrals” in cui ogni cliente ha il proprio “stallo” e percorre un corridoio di copertine scintillanti come se stesse avanzando verso l’altare. La scelta del disco diventa una liturgia: copertine, generi, voci e arrangiamenti sono parte di un rituale che prepara l’atto finale, l’ascolto a casa nel proprio ambiente controllato.
Questa estetica del culto anticipa di decenni la cultura del “listening room” perfettamente allestita, dove ogni elemento, dalla poltrona al posizionamento delle casse, è parte di una scenografia personale. Hi-Fi-Fo-Fum non ride solo dei suoi protagonisti: mette in evidenza quanto il consumo di musica sia già, nel 1959, un’esperienza intensamente coreografata.
Stereo: il treno che ti attraversa il salotto
Nella parte finale, Hi-Fi-Fo-Fum si concentra sulla novità più clamorosa dell’epoca: la stereofonia, presentata con slogan enfatici come “three-dimensional sound” e descritta, con voluta esagerazione, come “la più grande conquista per la musica dai tempi di Barnum and Bailey”.
Le dimostrazioni elencano tutte le meraviglie del nuovo formato: un treno espresso che ti attraversa il soggiorno, una partita di ping-pong che rimbalza da una cassa all’altra, la promessa di essere “lì” dove la musica viene eseguita. La regia enfatizza il carattere spettacolare e quasi circense di queste prove, che trasformano il disco in un numero da baraccone sonoro tanto quanto in un evento musicale.
Nella retorica promozionale della stereo emerge già una tensione che oggi è familiare: l’idea che la tecnologia possa restituire la musica “più vera del vero”, ossia più nitida, ampia e “maestosa” di quanto non sia mai stata nella sala da concerto.
Audiophilia: malattia, religione o semplice passione?
La voce narrante a un certo punto si chiede apertamente se tutto questo sia una religione o una malattia, citando un psichiatra americano che parla di “audiophilia” per descrivere la condizione di chi vive intrappolato nella ricerca infinita del suono ideale.
Questa domanda, volutamente provocatoria, tocca un nervo scoperto: dove finisce la passione e dove inizia l’ossessione? Nel film, l’audiophile è ritratto come qualcuno che rischia di perdere di vista la musica mentre si innamora del rumore di fondo, della distorsione ridotta allo 0,1%, della posizione millimetrica del diffusore rispetto alla parete.
Macchine più sensibili delle nostre orecchie
L’ultima immagine concettuale è particolarmente feroce: la voce narrante parla di un “sogno di perfezione, di immagini più grandi della vita, di macchine più sensibili delle orecchie a cui si rivolgono”. Qui Schlesinger mette il dito nella piaga di una tecnologia che rischia di superare il suo stesso scopo, diventando fine a sé stessa.
Hi-Fi-Fo-Fum suggerisce che l’audiophile non si limita a cercare un bel suono, ma vuole costruire un sistema che superi i limiti umani, delegando alla macchina la capacità di ascoltare meglio di chi la possiede. È una tensione che ritroviamo ancora oggi, tra misure oggettive e piacere soggettivo, tra grafici di risposta in frequenza e pelle d’oca quando parte il ritornello giusto.
Perché quel film parla ancora di noi
Guardato oggi, il corto BBC del 1959 ha un’aria vintage irresistibile: cabinet in legno lucido, sistemi rigorosamente analogici, moda e acconciature di un’altra epoca. Eppure, la psicologia che descrive è sorprendentemente contemporanea: basta sostituire crossover e valvole con DAC, streamer, cuffie planari e file in alta risoluzione per ritrovare esattamente le stesse dinamiche.
Per chi si occupa di audio, musica e contenuti, Hi-Fi-Fo-Fum resta un piccolo manuale di antropologia applicata: mostra come ogni epoca si inventi il proprio modo di trasformare la musica in oggetto di culto, ma ricorda anche che non tutta l’audiofilia è un culto cieco.
Una parte del mondo hi fi, soprattutto quella cresciuta tra anni 60, 70 e 80, tende ancora a essere molto rigida su certe idee e forse può riconoscersi in qualche eccesso messo in scena dal film, tra distanze millimetriche dei diffusori e guerre di principio su valvole e transistor.
Accanto a questo, però, esiste una audiofilia sana, che non ha nulla di settario: è semplicemente la versione sonora di qualunque altra passione, come il pescatore che cerca la canna migliore per lanciare più preciso, il chitarrista che insegue la chitarra che lo fa suonare meglio, il fonico che desidera il banco mixer più adatto al proprio modo di lavorare, il fotografo che investe in un’ottica più luminosa o l’appassionato di auto che affina all’infinito l’assetto della sua auto.
In questo senso, la ricerca di un buon suono non è un vezzo elitario ma un modo coerente di voler vivere la musica al meglio possibile, per chi ne ha davvero passione. Basta non farsi prendere la mano e non arrivare al fanatismo, al feticismo, al culto dell’oggetto che da mezzo diventa fine (con ben poca gioia del portafogli).
















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