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Rick Beato contro l’AI su Spotify: “Voglio sapere cosa sto ascoltando”

Rick Beato VS Spotify: artisti AI scalano le classifiche senza etichette, mentre la musica umana perde terreno.

Nel suo video pubblicato il 19 febbraio 2026, intitolato “I’m Sick Of This AI SH*T”, Rick Beato prende di mira uno dei fenomeni più inquietanti degli ultimi mesi nello streaming musicale: artisti generati dall’intelligenza artificiale che scalano le classifiche di Spotify senza che nessuno lo sappia o voglia dirlo.​

Il punto di partenza è un articolo del Los Angeles Times dedicato a Sienna Rose, presentata come una promettente cantante neo-soul con oltre quattro milioni di ascoltatori mensili su Spotify e tre brani entrati nella Viral Top 50.

Tutto molto bello, se non fosse per un piccolo dettaglio: Sienna Rose non esiste. È un’entità AI, costruita da cima a fondo per sfruttare con l’algoritmo un genere musicale.​

I numeri che non tornano

Beato non si limita alle dichiarazioni di principio: smonta il caso con un’analisi quantitativa semplice ma efficace. Sienna Rose vanta quattro milioni di listener mensili su Spotify ma appena 6.971 follower su Instagram, dove ha un account aperto nel 2022 con 35 post in croce e geolocalizzato in Norvegia.
A confronto, Victoria Monét, vera artista neo-soul con 3,7 milioni di ascoltatori mensili, ha 2,1 milioni di follower su Instagram e canzoni da 192 e 202 milioni di stream. I numeri di Sienna Rose, insomma, non obbediscono alle leggi della matematica, come dice Beato stesso.​

Il sospetto diventa certezza quando si scopre che Deezer ha già flaggato e identificato come AI numerose tracce dell’artista sulla propria piattaforma. La società di rilevamento Pex è andata oltre: ha sottoposto cinque canzoni di Sienna Rose al proprio AI Song Detector, e tutti i brani testati sono risultati generati con Suno, la principale piattaforma di generative music.

Tra settembre e dicembre 2024, il progetto Sienna Rose ha caricato almeno 45 brani in meno di tre mesi, un ritmo che, come fa notare la BBC con ironia, persino Prince avrebbe faticato a reggere.

Sienna Rose. O meglio, l’algoritmo Sienna Rose.

Il problema di Spotify

La domanda che Beato pone con franchezza è diretta: perché Spotify promuove contenuti apparentemente AI senza etichettarli? 
La piattaforma svedese, interpellata dalla BBC, ha risposto che «non è sempre facile tracciare una linea netta tra musica AI e non AI» e che «Spotify non promuove né penalizza le tracce create con strumenti AI». Una risposta che suona come una scrollata di spalle…

Il quadro generale è, se possibile, ancora più preoccupante. Secondo i dati citati nel video, i brani generati dall’AI rappresentano ormai quasi il 40% dei caricamenti giornalieri sulle piattaforme di streaming.

A fine gennaio 2026, sei delle cinquanta canzoni più in tendenza negli USA su Spotify erano completamente generate dall’intelligenza artificiale. E,dato forse più allarmante di tutti, in uno studio recente, solo il 3% dei partecipanti è riuscito a distinguere in modo affidabile la musica AI da quella umana.​

La metafora delle Twizzlers

Beato non chiede di bandire l’AI dalla musica. Ma vuole sapere cosa sta ascoltando. Per spiegarlo ricorre a una metafora domestica: le Twizzlers, le caramelle americane a base di zucchero e coloranti. Ammette di averne mangiate il giorno prima, ma sottolinea che sull’etichetta c’è scritto chiaramente “artificially flavored”. «Voglio sapere che quello che ascolto non è reale, che non è stato creato da un essere umano, ma è fatto di frammenti rubati al lavoro di artisti veri e ricombinati per imitare qualcosa di autentico», conclude.​

Il compositore britannico Michael Price ha definito Sienna Rose «uno degli esempi più emblematici di chi ascolta musica ogni giorno fidandosi del fatto che ciò che le piattaforme promuovono sia opera di musicisti in carne e ossa».
Glenn McDonald, ex data engineer di Spotify, ha aggiunto che il caso «rappresenta molto più di un singolo artista AI», proprio perché la musica generativa viene promossa «nello stesso spazio della musica reale».

Il video di Beato arriva in un momento in cui il dibattito sull’identità degli artisti sulle piattaforme digitali non è più una questione di nicchia per addetti ai lavori. È una domanda che riguarda chiunque apra Spotify e premi play, anche senza saperlo.



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