Nello scorso articolo vi ho parlato di quanto è stato importante nella mia vita imparare a scrivere musica, ovvero poter tradurre e adoperare le note come elementi di un vero e proprio linguaggio.
Quando capii quanto mi piacesse la visione creativa e comunicativa della musica, chiaramente la andai ad applicare nella band di cui facevo parte.
Trovai degli ottimi compagni di viaggio che sposavano appieno quest’idea. Da lì iniziammo a lavorare al nostro primo album, fu la prima volta che mi approcciai davvero ad una registrazione. Vivemmo, praticamente, per una settimana insieme, in una casa dove ogni stanza era adibita ad uno strumento diverso.
La stanza per la chitarra elettrica era una cameretta dove al centro piazzammo il mio amplificatore, un Fender Hot Rod Deluxe esteso con una cassa artigianale, derivata da una vecchia Marshall, con un cono da 15” ed un cono da 12”, più quello dell’amplificatore (sempre da 12”). Microfonammo il tutto con un microfono a nastro.
Era la prima volta che mi trovavo a sperimentare così tanto sul “campo”. L’ingegnere del suono mi fece notare tantissimi particolari: come l’effetto della riflessione del suono sulle pareti della stanza, che restituiva una naturale modulazione accentuata dal microfono a nastro; la differenza tra i diversi posizionamenti dei microfoni; le caratteristiche sonore di ogni cono, scegliendoli in base al tipo di tono che era necessario per un determinato brano e, soprattutto, quanto forse diverso suonare quello che avevi sempre suonato quando veniva premuto il tasto “Rec”.
Lì subentra una pressione psicologica che, nel tempo, ho capito che si gestisce soltanto con esperienza, preparazione ed una buona dose di amore verso se stessi.
Registrare un disco ti dà la possibilità di manifestare te stesso, bloccare su un supporto fisico o digitale un’istantanea di tutto ciò che sei in quel momento, oltre a darti la possibilità di usufruire di altri canali musicali dove, suonando le dignitosissime cover non puoi, talvolta, accedere. Sostengo che per essere dei veri professionisti sia importante avere una propria identità, ben definita. Un lavoro discografico può essere un buon metodo per presentare se stessi e le proprie idee.
Quella prima volta mi diede un nuovo spunto per intendere la musica, che ho seguito e che continuo a seguire tutt’oggi.
Adesso lavoro abitualmente a progetti discografici e la cosa che più mi intriga è quella di partire da una pagina bianca per poi andare a scriverci un libro dove, il singolo o l’album che sia, è solo qualche paragrafo circondato da un’immensità di esperienze: giornate passate a scrivere, riunioni, frustrazione, inconvenienti e ancora: concerti, tour, nuovi amici e mondo da esplorare.
Un meraviglioso connubio di cose che, più che ridurlo alla sola musica, lo chiamerei: “vita”.












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