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Jazz Kissa: i café giapponesi dove l’ascolto musicale è una cosa seria

I jazz kissa giapponesi hanno reinventato il concetto di bar trasformando l'ascolto della musica in un rito culturale.

Ci sono posti a Tokyo dove l’insegna è piccola, le scale sono strette e la porta si apre su un silenzio pieno di musica. Nessuno parla. Nessuno guarda il telefono. Tutti ascoltano.
Benvenuti in un jazz kissa e no, non è una cosa che si spiega facilmente a chi non c’è mai stato.

Un concetto difficile da tradurre

Kissa (喫茶) indica semplicemente un bar o una caffetteria, ma nella sua versione jazz il termine assume un significato che va ben oltre il caffè e il vinile.
Un jazz kissa è uno spazio in cui l’ascolto musicale è l’evento principale, non un sottofondo. I dischi girano sul piatto con la stessa solennità con cui si apre un libro raro: nessuna traccia saltata, nessun algoritmo, nessuna playlist casuale.

Il gestore – al tempo stesso DJ, curatore e mentore – sceglie i dischi in base all’atmosfera della sala, praticando quella che i giapponesi chiamano kūki o yomu, ovvero “leggere l’aria”. In Occidente questi locali vengono chiamati listening bar, ma la parola giapponese ha una profondità che la traduzione fatica a restituire.

Dal porto di Yokohama al dopoguerra

La storia dei jazz kissa parte dal 1929, quando vicino all’Università di Tokyo aprì Blackbird, il primo locale di questo tipo.
Il jazz americano era arrivato in Giappone via mare, nelle casse dei dischi sbarcate nei porti insieme alle prime tournée delle big band americane e filippine, dove questa musica era stata introdotta dalle forze di occupazione coloniale. Fu un amore immediato, interrotto bruscamente dalla Seconda Guerra Mondiale, quando il governo giapponese vietò ogni espressione culturale statunitense.

Il jazz tornò nel dopoguerra grazie ai militari americani di stanza nelle basi aeree intorno a Tokyo, che portarono con sé i propri vinili. Con i dischi importati che costavano una fortuna e i grandi artisti quasi sempre assenti dal paese, i gestori dei kissa diventarono dei veri educatori all’ascolto, dei sensei che introducevano il jazz alle nuove generazioni.

Il japazz e gli anni del boom

La scena jazzistica giapponese si sviluppò così rapidamente da guadagnarsi un neologismo specifico dalla critica musicale internazionale: japazz. Uno dei primi nuclei fu la Hatano Jazz Band, formata da studenti della scuola di musica di Tokyo, tra i primi a replicare lo schema delle grandi big band americane con sezione ritmica e fiati.

Lo stesso fondatore, Fukutarō Hatano, ricordava come all’inizio il gruppo suonasse spartiti acquistati in America senza ancora comprendere il concetto di improvvisazione. Il vero punto di svolta arrivò nel 1961, quando Art Blakey e i Jazz Messengers sbarcarono in tournée dopo che “Moanin'” era diventata una hit improbabile quanto irresistibile nel paese. I kissa proliferarono: se ne contarono oltre ottocento in tutto il Giappone.

Haruki Murakami e il Peter Cat

Fra i frequentatori abituali di quei locali c’era un giovane di nome Haruki Murakami, che tra il 1974 e il 1981 gestì a sua volta un kissa, il Peter Cat, mentre scriveva i suoi primi tre romanzi.

Non è un dettaglio marginale: nei suoi libri i jazz kissa compaiono con una frequenza quasi ossessiva, sempre descritti come luoghi di sospensione del tempo, dove un personaggio può restare seduto per ore senza che nessuno lo disturbi. C’è qualcosa di profondamente letterario in tutta la cultura kissa, un rapporto con l’attenzione che rimanda più alla scrittura che all’intrattenimento.

I maestri e le loro regole ferree

Ogni kissa porta impresso il carattere del suo gestore. Il più influente fu Hozumi Nakadaira, fotografo che fondò il Dig a Tokyo nel 1961 imponendo una regola assoluta: silenzio totale.
Musica ad alto volume, luci abbassate, finestre oscurate. La polizia si presentò più volte con fonometri e misuratori di luce, chiedendo se i clienti stessero dormendo. “No, stanno ascoltando. Guardate i loro piedi che si muovono” (Shoichi Suzuki, ex collaboratore del Dig).

Suzuki aprì poi il suo kissa, il Genius, nel 1970, gestendolo per oltre cinquant’anni. Un altro gigante è Masahiro Goto, critico jazz che nel 1967 aprì l’Eagle costruendo sequenze di quattro dischi come fossero storie, ispirandosi alla struttura a quattro vignette del fumetto giapponese. Pubblicò anche un libro sul metodo. “Non vendette affatto”, disse lui stesso ridendo.

Il culto dell’hi-fi fatto in casa

Se c’è un elemento che unisce tutti i kissa, è il culto quasi religioso per la qualità del suono. Molti gestori non si sono limitati ad acquistare impianti audiofili: li hanno progettati e costruiti. 
Yoshida Masahiro, 79 anni, ha realizzato con le proprie mani altoparlanti a tromba in frassino giapponese per il suo locale Eigakan nel quartiere Bunkyo di Tokyo — amplificatori a valvole, diffusori delle dimensioni di un frigorifero, decenni di sperimentazione artigianale.

Il Giappone è notoriamente uno dei paesi con la maggiore concentrazione di appassionati hi-fi al mondo, e i jazz kissa ne rappresentano la naturale espressione pubblica: frequentarne uno significa accedere a impianti che nella maggior parte dei casi non si potrebbero permettere a casa.

Il Basie di Shoji “Swifty” Sugawara a Ichinoseki – quattro ore di treno da Tokyo – è considerato da molti il miglior impianto sonoro del paese, e il leggendario Count Basie in persona lo visitò nel 1980.

La scienza dell’ascolto collettivo

Non è solo romanticismo: uno studio del 2022 pubblicato su Brain Sciences descrive il fenomeno come “sincronismo musicale”, ovvero la sincronizzazione misurabile nelle onde cerebrali che si produce quando si ascolta musica insieme, correlata al rafforzamento dei legami sociali. Il termine giapponese tori hada — letteralmente “pelle di gallina” — cattura quella sensazione fisica che si produce quando la musica, amplificata dall’attenzione collettiva, supera ogni aspettativa. In un’epoca in cui la musica è diventata un flusso continuo e invisibile, raramente degno di vera attenzione, i kissa rappresentano una risposta quasi provocatoria: tornare a un ascolto intenzionale, senza distrazioni, come atto consapevole.

Dal Giappone all’Italia, non senza qualche adattamento

Oggi i jazz kissa attivi in Giappone sono circa quattrocento e stanno vivendo una nuova stagione grazie ai giovani collezionisti di vinili e a un crescente pellegrinaggio di appassionati occidentali.
A fare da tramite è stato soprattutto Katsumasa Kusunose, ex redattore che ha documentato oltre quattrocento kissa sull’account Instagram @jazz_kissa e in una serie di libri fotografici, trasformando una sottocultura quasi ignota in un riferimento internazionale.
In Europa il più famoso tra i locali ispirati al modello kissa è il Bambino di Parigi, nell’XI arrondissement, seguito da esperienze simili a New York, Los Angeles e Seattle.

In Italia ci sono già alcune realtà che si sono ispirate dall’ascolto musicale come parte dell’esperienza. 
Ad esempio, a Torino, Banco Vini si definisce hi-fi listening bar e adotta un approccio più aperto: chiunque può portare i propri dischi e farli suonare, in abbinamento a una selezione di vini. 
A Firenze c’è Mario listening baretto, mentre a Reggio Emilia Benny Benassi a ha aperto il Riff, un Hi-Fi Ristorante/Bar.
Sono paragonabili esattamente ai Jazz Kissa giapponesi? Non proprio, si perde quel senso di intimità e raccoglimento, di salotto e “famiglia”, dei luoghi nipponici. Qui in Italia la componente di servizio bevande/cibo è sicuramente più preponderante e più classica, rappresenta ancora il cuore dell’attività attorno a cui ruota il piacere di ascoltare musica, l’esatto contrario quindi di un Jazz Kissa dove la pietanza o il bicchiere fungono da “accessori”.

Comunque sia, la sfida comune a entrambe le esperienze italiane è la stessa: come adattare una cultura dell’ascolto contemplativa a un paese dove la convivialità, il rumore e il movimento sono parte integrante del rituale sociale serale.


Se questo breve viaggio nella cultura jazz giapponese vi ha incuriosito, vi consigliamo caldamente a leggere un bellissimo articolo del National Geographic, a cura di Joe Hagan con fotografie di Tim Davis, sia per l’appassionato racconto che per le splendide fotografie di Davis che documentano l’atmosfera unica di questi luoghi.



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