Il pubblico c’è. I biglietti si vendono. Le playlist di Spotify macinano stream a miliardi. Eppure i locali dove la musica nasce, dove si sbaglia, si prova e si migliora, stanno chiudendo uno dopo l’altro, in Italia, in Europa, nel mondo.
È il paradosso più strano e non sempre ben raccontato della scena musicale contemporanea: il settore dal vivo non è mai stato così popolare, e non è mai stato così problematico.
Una triste fotografia
A gennaio 2026 il Music Venue Trust (MVT), l’organismo britannico che rappresenta centinaia di venue nel Regno Unito, ha pubblicato il suo Annual Report 2025. Numeri da leggere lentamente.
Nel solo 2025, 30 venue hanno chiuso definitivamente nel solo territorio britannico. Il settore opera con margini medi di profitto del 2,5%, un filo così sottile che basta un’estate piovosa, un aumento dell’affitto, o una bolletta dell’energia fuori controllo per far saltare tutto.
Il 53% dei live club non ha fatto utile nel corso dell’anno. Più della metà. Oltre 6.000 posti di lavoro persi, una contrazione del 19,8% della forza lavoro, il calo più ripido da quando il MVT ha iniziato a raccogliere dati.
La conseguenza territoriale è ancora più pesante: 175 città britanniche, con 25 milioni di abitanti, non accolgono più tour professionali regolari. Il circuito dei concerti si è di fatto ridotto a una manciata di metropoli. Se sei un musicista emergente e non vivi a Londra, Manchester o Glasgow, il meccanismo della gavetta è saltato.
Nota a margine: questo stesso settore contribuisce per oltre 500 milioni di sterline all’economia britannica. Ma a quanto pare non basta.
Un problema europeo, non solo britannico
Il network Live DMA, che aggrega oltre 2.280 venue e club in tutta Europa, ha fotografato la crisi in modo altrettanto impietoso nel suo report.
Dal marzo 2020 al marzo 2022, le restrizioni pandemiche hanno tagliato gli eventi musicali del 74% e le presenze del 77% in tutta Europa. I locali commerciali privati, quelli che campano di biglietti e consumazioni senza sussidi pubblici, hanno visto i ricavi collassare del 67% nel 2020. Non un calo: un crollo.
La ripresa parziale del 2022 ha portato un recupero delle presenze, ma ha anche portato un aumento della spesa del 30% per i locali pubblici. Quelli privati, indebitati e senza riserve, hanno retto con i denti. I sussidi pubblici avevano coperto appena il 9% del fatturato perso nel 2020 per i locali commerciali, una cifra che dice tutto sull’attenzione che i governi europei, salvo eccezioni, hanno riservato a questo pezzo di ecosistema culturale.
Risultato: meno risorse, meno coraggio, meno programmazione di artisti sconosciuti. Minke Weeda, del club olandese Rotown, lo dice senza mezzi termini: «La musica live non deve diventare un prodotto elitario». E Bruno Giusti del Vibra Club italiano fotografa il cambiamento antropologico più profondo: «Il pubblico non si sente più legato ai locali come prima».
Fare un tour nel 2026: un lusso che non ci si può permettere
La crisi non riguarda solo i muri dei club. Riguarda la possibilità stessa di spostarsi e suonare.
I Dry Cleaning, ad esempio, avevano pianificato un tour di 21 date in Nord America per l’inizio del 2026. Biglietti che si vendevano, pubblico che li aspettava. Hanno cancellato quasi tutto a novembre 2025.
La motivazione, affidata a un comunicato secco, parlava di «forze economiche sempre più ostili che governano i tour». Visti americani che arrivano in ritardo, costi per accelerare le pratiche, voli, tour bus, alloggi, crew: la matematica non tornava. «Non si tratta neanche più di guadagnarci qualcosa, ma di riuscire ad andare in pari» (Florence Shaw, Dry Cleaning).
Non è un caso isolato. I Garbage hanno smesso di girare gli Stati Uniti come headliner. Shirley Manson lo ha detto dal palco, senza filtri: «Mi preoccupo per i musicisti più giovani. A volte dormono nel furgone, a volte in motel schifosi. È inaccettabile e deve finire».
Karl Morse, agente con un portfolio che va dai Goose ai Lumineers, spiega la meccanica del disastro: «Inflazione e stagnazione salariale rendono le cose difficili. Tour bus, carburante, alloggi, spese di produzione: i margini si sono assottigliati. In sostanza, andare in tour costa più di un tempo».
E c’è il problema del pubblico, che è anche il problema dei club: chi spende 150 euro per vedere gli Oasis allo stadio deve scegliere. Andrew Morgan, che gestisce i tour di Angel Olsen, lo dice con una semplicità spiazzante: «A quanti concerti in un live club uno deve rinunciare dopo aver speso tutti quei soldi per gli Oasis?».
In Italia: stessi problemi, meno strumenti
Se in Gran Bretagna la crisi è almeno documentata, denunciata e parzialmente affrontata, in Italia siamo ancora in gran parte alla fase del lamento (e tanta gente comune snobba il problema, perché per tanti la musica nei live club è roba da ragazzini, roba di poca importanza, per loro la cultura è solo quella dentro i musei… dove non entrano da anni, semmai lo hanno fatto fuori dalle scuole dell’obbligo… NdR).
KeepOn Live, l’associazione di categoria che rappresenta i club italiani, stima tra i 130 e i 180 live club attivi su tutto il territorio nazionale, ma la mappatura è ancora incompleta. Il MEI (Meeting delle Etichette Indipendenti) ha quantificato la perdita pandemica in numeri precisi: 25% delle figure tecniche del settore scomparse, 50% delle attività live sospese o chiuse tra club, circoli e balere.
I nomi che sono venuti a mancare li conosce chiunque abbia fatto concerti in Italia nell’ultimo ventennio: Le Scimmie a Milano, Il Locale e La Svolta a Roma, L’Ohibò, Il Serraglio, la Flog e il Jazz Club a Firenze, ecc… A Pavia, lo Spaziomusica ha resistito 34 anni prima di cedere nel 2020. La Salumeria della Musica di Milano, storico punto di riferimento del jazz, aveva già dovuto abbandonare la programmazione jazz qualche anno prima per restare aperta (passando per lo più ai tributi), poi ha chiuso comunque. “A Milano c’è poca gente disposta a investire sulla musica di qualità” diceva il gestore Massimo Genchi Pilloli in un’intervista a La Repubblica.
Il paradosso italiano è che esiste già una legge a tutela di questi spazi. La Legge 175 del 2017, la cosiddetta legge sullo spettacolo dal vivo, aveva delegato il governo a proteggere le venue e valorizzare le attività di spettacolo professionali, riconoscendole come parte del patrimonio culturale del paese. Siamo nel 2026. I decreti attuativi non sono ancora arrivati.
Nel frattempo, a gennaio 2026 il Ministero dell’Interno ha emesso una circolare che ridefinisce quando un bar con musica diventa “discoteca” e quindi necessita di licenze diverse e agibilità più severe. Legittima come intenzione, devastante come tempistica. Diversi gestori, nell’incertezza, hanno preferito sospendere la programmazione. La tragedia di Crans-Montana ha fatto il resto: un’ondata di controlli straordinari che ha paralizzato ulteriormente il comparto dei piccoli locali.
Ovviamente i controlli sono più che giusti se sollevano poi gravi mancanze dal punto di vista della sicurezza. Certo è che questa attenzione dovrebbe essere applicata anche a molti altri luoghi dove le persone si assembrano, per vari motivi. Viene da pensare che qualche amministrazione comunale abbiamo voluto cavalcare l’onda per togliersi qualche sassolino dalle scarpe con interventi molto mirati. Chissà…
La differenza con il Regno Unito è strutturale, non solo economica. Il Music Venue Trust pubblica dati annuali certificati, fa lobbying parlamentare, ha ottenuto una legge dedicata e sta attivando nel 2026 un fondo d’intervento da 2 milioni di sterline, con scadenza a giugno, entro la quale il settore privato deve dimostrare di volersi autoregolare, pena l’intervento legislativo obbligatorio del governo. In Italia, KeepOn Live esiste ed è attivo, ma opera con mezzi incomparabilmente più ridotti e senza quella corsia preferenziale istituzionale.
La domanda che nessuno vuole fare
Federico Rasetti di KeepOn Live lo ha detto in modo diretto: «In passato i talenti nascevano in questi locali. Adesso il filtro manca».
È la domanda che l’industria musicale – se ancora viva – continua a rimandare: chi formerà i musicisti che riempiranno gli stadi tra dieci anni? I Radiohead erano un gruppo di ragazzi del Berkshire che ha imparato a suonare davanti a duecento persone. I Nirvana venivano da Olympia, Washington, e per anni hanno dormito nei furgoni. Gli Oasis hanno esordito al Manchester Boardwalk davanti a cinquantasette persone. Non negli stadi. Non su TikTok.
Il modello attuale ha eliminato quella fase. Le agenzie portano direttamente nei palazzetti artisti che non hanno mai fatto una vera gavetta. Il risultato è una scena compressa su sé stessa, dove i grandi concerti drenano tutta la disponibilità economica del pubblico e i club rimangono a secco.
Una piccola luce, almeno in Italia, c’è. A Milano Manuel Agnelli ha aperto il suo Germi e lanciato la rassegna Carne Fresca, tre date mensili dedicate a band rock sconosciute, nessuna eccezione. Non è la soluzione. Ma è il segnale che qualcuno sa esattamente dove bisogna ricominciare. Dal basso, da cinquanta o cento persone. Nei luoghi dove la musica, da sempre, ha cominciato a diventare grande.
Oppure possiamo aspettare che tutto si spenga e al posto dei live club ci saranno quei posti tutti uguali a se stessi, con la musica che è solo un sottofondo tra il rumore dei bicchieri di spritz sempre più cari.









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