Le onde sonore della Gibson Memphis ES-335 Aquamarine

Le onde sonore della Gibson Memphis ES-335 Aquamarine

Non si può dire che in casa Gibson la situazione negli ultimi anni sia del tutto "tranquilla", ma poco si può dire di fronte a questa Memphis ES-335 Figured 2018 Aquamarine che da qualche settimana ci sta tenendo compagnia in studio, un superbo esempio dei livelli costruttivi Gibson che continua a confermarsi, almeno nel settore delle sue punte di diamante, ogni anno migliore del precedente.

Avendo anche nel parco macchine una Les Paul R8 2016 e avendo comunque testato spesso la qualità di questo livello della Gibson, per noi ribadirlo è quasi banale, ma è giusto scendere nei dettagli per rassicurare anche gli scettici.

Prima di tutto, questa bella ES-335 frutto della divisione Gibson Memphis, nella sua livrea così particolare, l'avete già vista nel nostro unboxing in diretta di qualche tempo fa. In quell'occasione, già ci era subito saltata all'occhio la precisione delle finiture, la tridimensionalità del top figurato, la perfetta posa del colore in ogni sua sfumatura e, soprattutto, la capacità di dare quella sensazione allo stomaco già alle prime note senza neanche collegarla all'amplificatore.

La 335 è una chitarra del tutto particolare, quella perfetta via di mezzo tra suono elettrico e acustico, con quel tipico attacco delle note che può essere aggressivo quanto una solid body, ma allo stesso tempo contornato di quell'alone "unplugged" che, soprattutto in territori di leggerissimo crunch, la fa diventare una dominatrice sui palchi e in studio.
Ogni nota prima ti entra in pancia, poi diventa canterina e sale su su fino in testa, è una chitarra che senti sulla pelle e dentro al corpo, letteralmente.

Anche per questo si muove con grande disinvoltura nel Jazz, nel Blues, nella Fusion, nel Rock e Hard Rock e in altri generi. Storicamente già negli anni '60 era in mano tanto a B.B.King quanto a Eric Clapton (quello furioso dei Cream e gli ampli Marshall a 10) e Alvin Lee con il suo rock'n'roll tiratissimo.

Ma veniamo quindi all'esemplare nelle nostre mani.
Per il 2018 Gibson non si è risparmiata e si è impegnata a raffinare ogni particolare anche nei confronti della pur ottima serie dell'anno precedente.

Innanzitutto, la scelta del legno. Il meglio delle figurazioni AAA, manico tagliato di quarto (profilo a C), mogano scelto accuratamente e una tastiera nel palissandro più scuro costellata dei tipici segnatasti rettangolari.
E se la parte dei legni è trattata in modo da essere tutto "prima scelta", non di meno l'elettronica nasconde alcune piacevoli sorprese: i cablaggi a mano sono senza sbavature e collegano i classici 4 controlli (2 volume e 2 tono) cui sono saldati ottimi condensatori orange drop e potenziometri da 550K, singolarmente testati e abbinati. L'ottima tolleranza e il valore scelto garantiscono un comportamento sulle alte frequenze cristallino e mai ingolfato anche sul pickup al manico.

Anche l'hardware è costruito per durare: difatti, il ponte ABR-1 è dotato di sellette in titanio. Le meccaniche sono invece delle ottime Grover "Milk Bottle" Rotomatics, una sicurezza per l'accordatura e un look ottimamente vintage.

E infine i pickup, degli ottimi MHS, humbucker dal suono setoso, tendente al vintage, ma capaci sonicamente di uscire come spade dal mix; forse uno degli humbucker migliori creati da Gibson in tempi moderni.
Sono dei pickup "semplici" dopo tutto, laddove la semplicità è intesa nell'eliminare tutti i trattamenti non necessari. Su alcuni forum americani si legge "these pups are everything I hoped the burstbuckers would be" e noi siamo abbastanza d'accordo.

A questo punto non resta che sentirla in azione nel nostro video test, vi lasciamo quindi nelle mani di un chitarrista d'eccezione, Alberto Lombardi, un professionista che come sentirete ha saputo rendere merito a questo stupendo strumento.


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