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Flea, la pulce scatenata del basso elettrico

Un bassista inconfondibile dalla storia saldamente legata a quella dei suoi Red Hot Chili Peppers.

Un nome d’arte indissolubilmente legato all’immagine di un bassista strabiliante per tecnica ed energia, tanto che basta ormai quello per definirlo: Flea.

Legami forti come quello con la California e soprattutto con i Red Hot Chili Peppers, la band con cui il bassista ha scritto una pagina non certo trascurabile per la storia dello strumento nell’arco degli ultimi quattro decenni.
Australiano di nascita e dalle neanche troppo lontane origini europee, Michael Peter Balzary fu influenzato sin dalla tenera età dal patrigno Walter Urban, un musicista che lo fece crescere a pane e Jazz (ma con altre influenze personali ben meno edificanti) e che fu complice della prima passione musicale della giovane pulce: la tromba.

La turbolenta gioventù nella calda Los Angeles lo portò a un altro importante incrocio di strade della vita, quello con Anthony Kiedis (futuro frontman dei Chili Peppers); assieme al compianto Hillel Slovak, colui che pare abbia iniziato Flea al basso elettrico, e al batterista Jack Irons i due formarono in seguito un gruppo dal nome quantomeno improbabile: Tony Flow and the Miraculously Majestic Masters of Mayhem.

Grazie a Dio (e probabilmente favorendo la loro stessa buona sorte), i quattro adottarono il nome con cui li conosciamo oggi prima del loro esordio discografico: il resto è storia piuttosto nota.

Nella band si raccoglievano influenze musicali disparate: dal funk al metal, dall’hip hop al punk passando per il rock classico e la psichedelia; tutte contribuirono allo sviluppo di quell’approccio che distingue Flea come bassista.
Uno dei denominatori comuni della musica del gruppo e tratto caratteristico dello stile dell’artista è l’elevatissimo tasso di groove con cui la maggior parte dei pezzi sono conditi: la velocità della metrica è pressochè indifferente, anche sui pezzi dalla cifra di bpm meno consistente lo strumentale (e non di meno lo stesso vocalist) tende a esprimersi ritmicamente in maniera estremamente decisa.

Non potrebbe essere altrimenti con un bassista dallo stile incisivo come quello di Flea. Non si tratta soltanto di influenze musicali: l’approccio della mano destra non lascia spazio a fraintendimenti mostrando metaforicamente i muscoli in continuazione, con quel pizzicato aggressivo che contribuisce anche (al pari degli strumenti utilizzati, come vedremo tra poco) a rendere riconoscibile la “voce” del bassista e che sembra esaltarsi nei pezzi più energici come la celeberrima “By the Way“:

Molti sono stati gli strumenti che hanno contribuito al sound di Flea nell’arco dei decenni. La connessione con Music Man è nota (celebre l’associazione con lo StingRay), altrettanto conosciuto il legame con Modulus, con i diversi modelli custom prodotti a cavallo tra i due secoli (come il Punk Bass del video qui sopra), più recente è invece la preferenza per dei Jazz Bass targati Fender realizzati secondo specifiche differenti dallo standard.
Larga ma non totale la preferenza per l’humbucker, un importante contributo nell’ottenimento del suono grintoso caratteristico delle tracce di Flea, che in generale si avvale di pickup dall’output non certo moderato a prescindere dalla tipologia di magnete.

C’è poi stato il curioso esperimento dei FleaBass, strumenti a basso costo prodotti da un’azienda che faceva capo allo stesso artista: il nobile intento di realizzare bassi accessibili ai giovani apprendisti delle quattro corde naufragò purtroppo nel giro di un paio d’anni, lasciandoci comunque qualche utile e simpatico ricordo.

Non si può parlare di Flea senza fare un riferimento esplicito allo slap, parte integrante del suo stile praticamente da sempre. Particolare l’approccio della mano destra, con il pollice a colpire le corde in maniera trasversale, differente dal più diffuso orientamento quasi parallelo del dito caratteristico dei padri di questa tecnica come Larry Graham e Louis Johnson.

Gli esempi eccellenti si sprecano: uno dei momenti più apprezzati nell’ambiente è l’assolo centrale del brano “Coffee Shop“, un manifesto stilistico (grazie anche all’altro solo, quello conclusivo suonato in fingerstyle) contenuto in quell’album One Hot Minute eccessivamente sottovalutato, probabilmente per il suo carattere di eccezione nella produzione della band a causa della presenza di Dave Navarro alle chitarre, ma che rappresenta uno dei punti di espressione più alti della storia del bassista.

A conti fatti non mancano dunque i meriti da attribuire a Flea, per quanto più di qualcuno possa avere da obiettare riguardo la sua presenza tra i principali bassisti di tutti i tempi. In conclusione vogliamo però aggiungere un aspetto non trascurabile in termini di valore dell’esperienza dell’artista legata al proprio strumento.
Personaggio assolutamente singolare, attore, attivista e filantropo, la sua eccentricità e la sua visibilità hanno contribuito a sdoganare il ruolo del bassista nella cultura popolare degli ultimi decenni quantomeno parzialmente, dando a questa figura dalle tradizionali caratteristiche defilate un’immagine più fresca e riconoscibile.

Non bastasse questo, abbiamo già visto (e non mancherebbero tanti altri esempi) come egli sia stato capace di attibuire al bassista un ruolo di primo piano anche nell’ambito di una rock band mainstream (un mondo nel quale il concetto di “assolo di basso” non cresce sugli alberi), riuscendo a risultare competitivo persino “all’ombra” di un chitarrista potenzialmente ingombrante come John Frusciante e contribuendo a dimostrare come le sinergie efficaci possano garantire spazi e soddisfazioni a tutti i componenti.