La Storia Semplice dell'Alberto Giraldi Electric Band

La Storia Semplice dell'Alberto Giraldi Electric Band

Un album fusion realizzato per la Forward Music in altissima qualità digitale dalla band elettrica guidata dal pianista e compositore romano Alberto Giraldi.

Una storia semplice è un bell'album di musica strumentale, tra fusion e jazz contemporaneo, nove composizioni originali firmate dal pianista Alberto Giraldi alla testa della sua Electric Band. Un organico il suo che si contraddistingue per un suono nel complesso morbido anche nei momenti di maggior escursione dinamica, a dispetto di un nome che potrebbe far pensare a un combo dai toni più aggressivi. 

L'Electric Band è formata, oltre che dal leader (pianoforte e Mini Moog), dal tasterista Roberto Rocchetti, da Pier Paolo Ferroni alla batteria, Mario Guarini al basso elettrico, Marco Cataldi alle chitarre, dal sassofonista (tenore e soprano) Daniele Manciocchi e dal trombettista Antonello Sorrentino, con la vocalist Stefania Del Prete nel ruolo di Special Guest.
Pubblicato dalla Forward Music, Una storia semplice gode di una produzione di altissimo livello, che prevede anche la realizzazione di un formato in altissima qualità digitale (DSD 64/128/256FS).

Buongiorno Alberto e benvenuto su Musicoff. Nelle note di copertina affermi di essere tornato alla fusion, cioè a una commistione tra strumenti acustici ed elettrici, riletta alla luce delle tue recenti esperienze discografiche e live in trio e quartetto jazz. Cos'altro entra a far parte della tua idea di fusion e a quali modelli - se ci sono - ti rifai?

"Fusion" è un termine effettivamente vago. Per i musicisti della mia generazione indica quel percorso iniziato da Miles e proseguito nella mitica esperienza dei Weather Report.
Poi la "Fusion" ha avuto sviluppi diversi, e anche qualche 'deriva' più semplicistica... Io interpreto il termine non solo come commistione tra strumenti acustici ed elettrici, ma anche come momento di integrazione di linguaggi, di influenze.
Il mio codice stilistico, ad esempio, pesca senz'altro nel jazz, ma fa riferimento costante a un tessuto armonico europeo, probabilmente frutto dei miei studi classici; mentre nell'uso delle locuzioni musicali più vicine al blues è chiaramente presente il mio affetto americano. Ma oggi non credo abbia più senso identificare, quanto proporre un linguaggio di sintesi, che abbia spessore, contenuto, ma soprattutto comunicazione.
Io credo che l'era dei solipsismi sia definitivamente terminata.

La locuzione Electric Band fa quasi sempre venire in mente la presenza in organico di una chitarra elettrica, suonata peraltro in modo alquanto aggressivo. Non è però questo il caso della formazione da te guidata, in cui la chitarra (suonata da Marco Cataldi) assurge al proscenio solo di rado ("Quel giorno capirai" è uno dei rari casi). Come scegli le voci strumentali cui affidare i temi delle tue composizioni?

Electric Band è per me il semplice riferimento al riutilizzo da parte mia di strumenti elettrici. Per anni ho lavorato quasi esclusivamente nel mio studio di registrazione, producendo musica d'uso. Ho fatto radio, televisione, pubblicità, cinema, sempre a partire dal mio computer: sono un antesignano della computer music, lavorando con il MIDI dai suoi albori, ed avendo percorso tutto il cammino dell'evoluzione virtuale.
Un bel giorno ho deciso di tornare a suonare, e possibilmente solo con strumenti acustici: che meraviglia, dopo anni di "sintetico"!
Ma la Storia si ripete e mi sono voluto riaffacciare all'elettrico. Tutto qua! Circa la scelta degli strumenti cui affidare ruoli, temi, parti varie, tutto questo dipende dai brani, dal loro carattere, da quello che sento e intuisco mentre scrivo. Difficilmente cambio idea: quando sento un tema, già lo sento con lo strumento che lo suonerà. Un po' l'esperienza, un po' l'intuito musicale.
Sì, credo che ogni musica suoni già con il suo suono, quando è "giusta", quando fila naturalmente nella testa, sul pentagramma...

E come più in generale scegli i tuoi collaboratori?

Penso al loro suono, alla loro sensibilità, a come si porranno nei confronti della mia musica; quasi sempre perché ne conosco le attitudini, gli amori musicali, il loro atteggiamento nei confronti della musica scritta e di quella improvvisata, perché nel mio mondo compositivo entrambe rappresentano una necessità e un momento fondamentale.
Suono con chi ama provare e riprovare, con chi non si accontenta. Il Suono di un gruppo si costruisce, ti devi incontrare, scontrare, sbagliare, annusare. I miei brani sono molto 'scritti', ma ciò non toglie che l'interplay si forma guardandosi negli occhi e suonando insieme. Scelgo i musicisti che amano questa modalità, perché non vedo strade diverse per costruire qualcosa di buono!

Anche le tastiere (suonate da Roberto Rocchetti) tengono una sorta di 'basso profilo', disegnando sfondi e tappeti sonori mai invadenti, su cui altri strumenti vengono alla ribalta (a parte il solo di Mini Moog sulla title track). A chi ti sei ispirato per questo tipo di utilizzo delle tastiere? E quali strumenti sono stati impiegati?

Forse il riferimento più evidente è la Band di Pat Metheny: Lyle Mays è abilissimo a servire il complesso tessuto sonoro del suo leader e a uscire solo quando è necessario. Ma anche in questo caso, non mi sono posto obiettivi precisi, se non quello di servire le idee musicali, che nascono quasi sempre nella mia testa con il loro vestito. E probabilmente i miei abiti preferiti restano quelli acustici.
Le tastiere costituiscono dunque un arricchimento, un ampliamento della tavolozza dei colori, ma non con funzione protagonistica. Roberto ha utilizzato suoni Nord e sintesi virtuale (Uvi Falcon). E poi Massimo Scarparo, patron Forward e patito di strumenti originali, ci ha messo a disposizione un fantastico Moog, che abbiamo utilizzato qua e là e nel solo che tu citi!

Che tipo di 'tecnologia' è stata utilizzata per catturare il suono e restituirlo in altissima qualità? In quali formati hai scelto di pubblicare e offrire la  musica del tuo ultimo album?

Queste sono evidentemente scelte della produzione. Massimo Scarparo ha puntato all'alta qualità sin dall'inizio dei lavori. Io non mi occupo quasi mai di quello che avviene in fase di registrazione: cedo volentieri a chi ne sa più di me lo scettro di decisioni così importanti ed eminentemente tecniche. Certo, in fase di pre-produzione ascolto attentamente i suoni ed espongo le mie esigenze. Ma mi riservo il gran lavoro in fase di missaggio. E in quella fase sono piuttosto esigente.
Io credo che a una buona esecuzione debba corrispondere un'eccellente ripresa, premessa affinché venga prodotto un buon disco. Abbiamo suonato tutto in diretta, facendo editing limitato a minime necessità. E poi tutto il lavoro, appunto, di mix, che sceglie, evidenzia, esalta questo o quell'altro elemento. La vera regia del disco, sulla quale non mi risparmio mai, fino all'ultima nota.

La scelta di registrare in altissima qualità digitale ha in qualche modo condizionato il lavoro della band in fase di registrazione?

Assolutamente no. Abbiamo deciso sin dall'inizio che il disco sarebbe andato in diretta, che non avremmo tagliato, montato, cucito, editato... e così è stato: abbiamo pensato alla musica e a suonare. Dopo, naturalmente, aver provato a lungo. Ma in meno di tre giorni abbiamo "deposto le uova"!
Più lungo, come dicevo prima, il lavoro di mix. L'esecuzione ha pensato solo a esaltare il lavoro di ciascuno di noi, a tirare fuori la band. La tecnologia successiva non ci ha minimamente influenzati. Il musicista deve servire la Musica, deve pensare a suonare bene. Se c'è questo, tutto il resto è una conseguenza più o meno felice!

LA SEZIONE RITMICA

Colonna portante di Una storia semplice sono i componenti la sezione ritmica dell'Electric Band di Alberto Giraldi, il bassista Mario Guarini e il batterista Pier Paolo Ferroni, ai quali abbiamo posto qualche domanda in merito alla loro partecipazione all'impresa. Iniziamo proprio da quest'ultimo.

Suoni anche nei gruppi acustici di Alberto Giraldi. Il tuo approccio mentale cambia - e se sì come - quando devi passare dalla situazione acustica a quella elettrica?

Sia nella situazione acustica che in quella elettrica faccio molta attenzione alla parte di piano, ne imparo a memoria ogni nota e ogni inflessione, seguo poi le indicazioni del Maestro Giraldi durante le prove che registro regolarmente. Quindi studio molto a casa e cerco un arrangiamento tale per cui le frequenze corte e lunghe dei piatti e tamburi della mia batteria possano essere in linea con quelle indicate nella composizione di pianoforte.
Nel progetto elettrico fondamentalmente devo attenermi a un accompagnamento definito e ben preciso e ripeterlo molte volte uguale, in quanto mi si richiede di fornire un solido sostegno al resto della band. 

L'unica eccezione alla ripetizione di un groove quasi senza variazioni c'è durante gli assolo degli altri strumenti: lì dovrò inserire frasi di batteria che commentino o sottolineino alcuni fraseggi del solista, ma che non stacchino completamente dall'accompagnamento di base. Un esempio su tutti nell'album Una Storia Semplice è il brano "Sghembo", che mi ha richiesto molta concentrazione, molta più degli altri brani, in quanto dovevo suonare su di un tempo ternario che ho interpretato in 6/8, tenendolo piuttosto in tiro senza invadere le parti degli altri strumenti e creando nuove sfumature e sottolineature per tutta la durata del brano, al fine di non esporlo in maniera statica e ferma.
Entrambi i dischi sono stati registrati in presa diretta, ovvero una take unica per tutti i musicisti dall'inizio alla fine di ogni brano: un "buona alla prima" o "alla seconda" al fine di mantenere la spontaneità della nostra interazione nell'esposizione di temi e degli assolo.

Cambia anche la tua strumentazione?

Certamente e questo lo faccio su indicazioni del Maestro Giraldi. Cambio il set dei piatti: per la situazione acustica preferisco due piatti ride (22" Avedis e 18" Kerope Zildjian, rispettivamente, uno dalle frequenze più chiare e l'altro più scure), una coppia di charleston Kerope da 15" decisamente scuri in frequenza, che conferiscono a mio avviso un eccellente risultato nella pastosità del suono piuttosto che nello staccato del suono.
Nella situazione elettrica uso una coppia di charleston Zildjian A Avedis da 14", un ride K Custom da 20", un crash K Custom da 16", un EFX da 15".
Le pelli le fermo in risonanza nella situazione elettrica, mentre le lascio libere in quella acustica, ma uso la stessa accordatura, cosa che mi permette di gestire il suono e di non farmi gestire da esso.

Per la registrazione della batteria si è fatto ricorso a qualche accorgimento particolare?

Per quel che mi riguarda al Forward Studio ho dovuto sincerarmi di limitare la vibrazione della cordiera del rullante, che rispondeva eccessivamente per simpatia quando colpivo il tom da 8". Ho usato la stessa batteria per entrambi i dischi (DW Performance) ma con diverse misure: per il disco elettrico toms da 8" e 10", timpani da 14" e 16" e cassa da 22", con un rullante da 14" in acciaio.
Vista l'altissima frequenza di campionamento a cui lavoravamo per l'alta definizione audio al Forward, è stato difficile ottenere un'accordatura soddisfacente, anche un po' per un limite strutturale dello strumento, che ho riscontrato non essere molto versatile in questo (dalla mia esperienza ho riscontrato che la Performance ha uno o due punti ottimali di accordatura a parità di pelli).

E a proposito di pelli, cosa hai usato?

Evans G14 sabbiate per tom e timpani, HD Dry sabbiata per il rullante, EQ4 Clear per la cassa, Reso7 come risonanti per i tamburi. Ho dovuto cambiare tanti rullanti perché il risultato sonoro corrispondesse all'idea del brano e lo personalizzasse.

E ora alcune domande al bassista Mario Guarini...

Pur essendo quella impegnata sul disco una band che aggiunge strumenti elettrici a quelli acustici, il suono che produce è piuttosto 'morbido': che scelte hai fatto in termini di amplificazione e strumentazione per affrontare la registrazione di questo album?  

Mi fa molto piacere la tua domanda perché tengo molto al suono di questo disco, un suono che mi rappresenta molto e che utilizzo in tutti i dischi che hanno una caratterizzazione jazzistica o 'acustica'. Pur utilizzando un basso elettrico, adotto un set up delle corde particolare, per far sì che il suono sia morbido, più vicino a quello di un contrabbasso.
Lo strumento che uso è un Fender Pino Palladino Signature, un basso che adoro, la riproposizione di un Precision vintage degli anni '60, su cui monto delle corde nere D'Addario in nylon liscie, che mi permettono di ottenere questo suono simile al contrabbasso, ma con l'intellegibilità e la definizione di uno strumento elettrico.  

Sei in evidenza sui brani "Solo e pensoso" e "Sghembo", caratterizzati anche da sonorità particolari del tuo strumento. Ottenute come?

In quei due brani, dove ho degli spazi solistici, utilizzo un POG della Electro Harmonix, un Micro Pog in realtà, un pedale che doppia un'ottava sopra la sonorità dello strumento. Un ausilio che utilizzo spesso quando faccio gli assoli, perché dà allo strumento una cantabilità che 'buca' particolarmente.

Purtroppo il basso, agendo in un'ottava difficile da percepire da parte di chi ascolta, spesso è sacrificato nel suo lato melodico. Invece con questo pedale posso differenziare il momento in cui accompagno da quello solistico, cambiando direttamente suono, e grazie all'ottava sopra posso riuscire a 'bucare' di più con le frequenze, con un approccio più melodico e cantabile, vicino al timbro di una tastiera o di un sax, mantenendo comunque la parte sotto, col suono del basso normale.

Ti sei ispirato a qualche modello in particolare per le parti di basso da suonare su questo album?

Naturalmente mi sono rifatto ai grandi capiscuola dello strumento, ma come sempre ho cercato di mischiare tutte quelle influenze provando ad avere un'impronta personale. Quindi ho mischiato la tradizione dei contrabassisti storici del jazz con un approccio funk o R&B più vicino magari ai grandi bassisti del soul come James Jamerson o George Porter Jr.
Alla fine è nell'equilibrio tra le mie radici jazzistiche e quelle soul e funk che si trova la formula originale che si ascolta nell'album, un modo di suonare jazzy, ma anche groovy.

C'è un brano del nuovo CD la cui registrazione si è rivelata particolarmente impegnativa?

Tutti i brani del CD hanno richiesto un'attenzione particolare, perché la scrittura di Alberto è molto ben definita e chiara, quindi bisogna ritagliare la libertà tipica di un'opera di matrice comunque jazzistica all'interno di una serie di 'appuntamenti' previsti dall'arrangiamento.
In questo mi ha aiutato la grande esperienza fatta in orchestra, l'abitudine a suonare leggendo delle parti, ma cercando di mettere sempre qualcosa di mio. A maggior ragione in questo disco, la cui principale caratteristica è l'equilibrio tra la scrittura rigorosa dell'arrangiatore, ma in un contesto creativo di libertà e di espressione.

Alberto Giraldi Electric Band lineup:

  • Alberto Giraldi (Piano, Mini Moog on "Di Addi, di altre Amenita", Congas on "Sghembo" and Vocals)
  • Roberto Rocchetti (Keyboards and Vocals)
  • Pier Paolo Ermanno Ferroni (Drums)
  • Mario Guarini Official Fanpage (Electric Bass)
  • Marco Cataldi (Electric & Acoustic Guitars)
  • Daniele Manciocchi (Tenor & Soprano Sax)
  • Antonello Sorrentino (Trumpet)
  • Stefania Del Prete (Special Guest on Vocals)

Per acquistare l'album in forma digitale ad alta definizione consultate la pagina ufficiale di Forward Music Italy.
Potete ascoltare il disco (in qualità standard) anche in streaming su Spotify


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