Federico Zampaglione, la chitarra è un Tiromancino

Federico Zampaglione, la chitarra è un Tiromancino

Nell'intervista di Reno Brandoni, il leader dei Tiromancino parla dello stretto rapporto con la chitarra e del nuovo album della band, Fino a qui.

Si tratta di un lavoro contenente quattro pezzi inediti e le nuove versioni di praticamente tutti i classici della band romana, risuonati, riarrangiati e reinterpretati insieme ad alcuni protagonisti della musica italiana: Alborosie, Alessandra Amoroso, Biagio Antonacci, Calcutta, Luca Carboni, Elisa, Tiziano Ferro, Fabri Fibra, Jovanotti, Mannarino, Giuliano Sangiorgi, Thegiornalisti.

Acustiche, classiche, resofoniche, slide, 12 corde (solo durante l'intervista si scoprirà che era una Martin sei corde doppiata), si alternano nell'album rendendo accattivante l'atmosfera di ogni brano. Federico è un eccellente chitarrista, conosce tutti gli stili e li suona alla perfezione, da vero virtuoso, ma con un'anima molto romantica. Si vede che segue il cuore e la melodia.

Suona per buona parte dell'intervista, certe volte solo accenni, qualche riff, altre volte brani interi, sia strumentali che cantati, passando da Eric Clapton a James Taylor, Roberto Ciotti, Stevie Ray Vaughan e gli stessi Tiromancino.
Peccato non poter pubblicare gli audio: sono documenti sonori molto coinvolgenti e raccontano il vero spirito di Federico Zampaglione, che non è solo quello di un famoso cantautore, ma soprattutto quello di un grande chitarrista!

Raccontami il tuo inizio.

Ho iniziato proprio con il blues da autodidatta a sedici anni. Poi ho avuto come maestro Roberto Ciotti, anche se in realtà non è che facesse il maestro: io lo guardavo suonare e imparavo.
Un grandissimo chitarrista, sia elettrico che acustico, il quale mi ha proprio fatto capire da vicino come si suonava il blues. Lui utilizzava anche una tecnica mista…

Sì, con plettro e dita.

Riusciva a fare questo gioco di plettro e dita allo stesso tempo, che secondo me era molto funzionale, e aveva un tocco bellissimo. Devo dire che suonare l'acustica ti aiuta tantissimo anche sull'elettrica, perché ti pulisce il tocco.
E io ci punto tantissimo sul tocco e sul controllo, sul fatto che le note siano pulite e incisive. La mia carriera nasce proprio dalla chitarra, io non avrei mai pensato di fare il cantante.

Quindi Roberto è stato il primo ispiratore.

Roberto aveva quei suoi brani originali, mescolava tutte le esperienze con il pop, il blues, le melodie. Da lì ho cominciato a capire che, al di là della chitarra suonata come ritmica d'accompagnamento, c'era tutto un mondo diverso.
A volte me lo sono un po' riportato dentro i Tiromancino. Soprattutto in quest'ultimo disco.
Però, poi, dove lo esprimo realmente è dal vivo. Liberamente tiro fuori tutta la mia passione chitarristica, che in qualche modo non ho ancora totalmente espresso.

Dopo l'esperienza con Ciotti hai preso delle lezioni di chitarra?

Ho preso delle lezioni dal mitico Alessandro Pelliccioni. Ho studiato un po' tutti gli stili, nel senso che in realtà mi sono appassionato al blues ma anche tantissimo al rock, al reggae. C'è stato un periodo in cui addirittura andavo sul 'metallo', sulle cose alla Van Halen. Stevie Ray Vaughan è stato un altro grande riferimento. Insomma la chitarra per me è un pezzo del mio corpo.

Quand'è che hai pensato di utilizzarla da professionista?


Ho cominciato a sentire verso i sedici-diciassette anni che ero completamente rapito da questa cosa: passavo le mie giornate con la chitarra a tirarmi giù gli assolo dei grandi della chitarra. Non avevo un altro interesse così forte, quello mi aveva preso tutto il tempo, tutto il cuore. Tant'è vero che quand'ero ragazzino, certe volte mia madre quasi si arrabbiava: «Basta, è tutto il giorno che stai con la chitarra, smettila, devi uscire, vai in giro…» 



Per me mettermi lì e tirare giù le parti difficili di un solo di chitarra era diventato l'obiettivo principale. A volte non facevo neanche tanto la vita di quelli della mia età.
Però, c'era questa cosa che mi portava avanti, che poi è una passione che mi è rimasta perché, al di là della musica e della scrittura di canzoni, io mi sento profondamente un chitarrista. E passo tantissimo del mio tempo sul divano a suonare.

Questo tuo ultimo lavoro è molto bello e si intuisce la tua passione per la chitarra. È un lavoro che ho ascoltato più volte. Mi sembra genuino.

Il disco è artigianale.


I suoni sono stupendi.

Sì, perché sono tutti analogici, acustici.

Il master suona proprio bene...

Suona bene perché è stato fatto proprio lontano da tutta questa tendenza di oggi, che è praticamente una grande 'colata' di plastica. Cioè si prende una canzone e ci si mette sopra un'immensa colata di plastica, per cui tutto ciò che ha una sorgente sonora ben precisa, bisogna toglierla. Allora, se uno usa dei suoni di chitarra amplificati, questa cosa non si può più fare: bisogna passare dal Kemper, bisogna togliere la personalità dei suoni. Tutte le tastiere vanno all'Emulator con il computer, con i plugin.

Invece noi su questo disco abbiamo tirato via dallo studio tutta questa roba, a rischio di sembrare un po' fuori moda, fuori dal tempo. Però io sono un cultore della sonorità, per cui per me nulla ti dà il suono di una cassa, o di un Fender Twin, o di un Marshall, che sono amplificatori veri. Me lo puoi riprodurre quanto vuoi in maniera computerizzata, ma non sarà mai la stessa cosa.

Quindi questo è un disco dove ci sono tutte sonorità vere, o comunque DOC, cioè sintetizzatori Prophet, Moog, pianoforti Rhodes, pianoforti verticali; tutta roba originale, anche le batterie elettroniche 808 e 909. Comunque non ci sono plugin, e questa cosa fa una bella differenza.

In questo momento un po' deprimente per la musica italiana, l'effetto di un prodotto così 'genuino' è sicuramente interessante. Si ha la percezione che tu stai cercando di riportare la musica alla passione…

A quelli che sono i motivi per i quali uno inizia a fare musica. Altrimenti, col passare degli anni, si finisce che la musica si allontani sempre di più dal tuo gusto, fino a diventare un qualcosa che non ti appartiene, che non ti rappresenta, ma che fai perché la devi fare. Perché devi seguire delle correnti, delle mode. Perché devi mantenerti a tutti i costi 'rilevante' sulla scena.

Queste sono scelte che hanno poco a che fare con il motivo per cui uno comincia a suonare. Io mi ricordo bene quali sono state le ragioni per cui ho scelto di fare questo mestiere. Non erano motivi legati al successo, alla visibilità. Non esisteva niente di tutto questo. Chiunque facesse musica, soprattutto ad alti livelli, doveva essere uno che suonava ad alti livelli, che cantava ad alti livelli e aveva pezzi ad alti livelli, ma che riusciva a farlo attraverso la passione.

Il resto dell'intervista su Chitarra Acustica n.12/2018.


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