Bogner Alchemist 112

Bogner Alchemist 112
Il nome di questo ampli progettato dal "guru" Reinhold Bogner e costruito in Cina è quanto di più appropriato si potesse scegliere. Infatti la sua versatilità timbrica è tale da rendere molto difficile l’accostamento a una o all’altra scuola dell’amplificazione valvolare per chitarra, consentendo “alchemici” dosaggi di controlli e pozio... ehm, opzioni, numerosi e tutti utili a ottenere il proprio timbrico "amalgama", termine che usiamo qui non a caso, definendosi così una lega a base di mercurio: capiremo tra poco...
Il modello in prova è il 112, con un ottimo altoparlante Celestion Vintage 30 da 12”, 2 canali e una potenza selezionabile tra 20 o 40 Watt in classe A/B. Sono disponibili anche le versioni testata e combo 2x12” con coppia di Celestion G12M Greenback più G12H Anniversary. Il peso dell’Alchemist è davvero elevato (circa 30 kg.), ma la costruzione in multistrato è solida, con il mobile ben piantato a terra e aperto posteriormente per circa 1/3. Ben dimensionati i trasformatori e di qualità le valvole utilizzate, nello specifico 5 12AX7 Electro-Harmonix preamplificatrici (3 destinate a vari stadi di guadagno, 2 a pilotare effetti interni, loop e finale) e 2 6L6 finali racchiuse da una protezione metallica; per sostituire le finali bisogna svitare 4 viti di cui una non facilmente raggiungibile.

SONO-SIMBOLI
"Alchemicamente", i canali dell’ampli sono individuati graficamente da due simboli cari ai seguaci di Bacone e Paracelso: il canale che siamo abituati a chiamare clean è indicato con il simbolo del Sole e dell’oro; il canale dedicato alle distorsioni adotta invece il simbolo di Mercurio e del mercurio. Nel pensiero alchemico si riteneva che pianeti, metalli e anatomia umana fossero in relazione; un mondo pseudoscientifico i cui luminari erano paragonabili per rispettabilità e cultura agli attuali scienziati, sostituendo però al futuro metodo scientifico un guazzabuglio sperimentale fatto di chimica, fisica, metallurgia, religione, filosofia, astrologia, al fine di ottenere la mitica pietra filosofale e con essa onniscienza, immortalità, rimedio a tutte le malattie (panacea) e capacità di trasmutare i metalli in oro.
Il canale che chiameremo Gold è puro, solare e duttile come vuole il simbolo, ma, mettendo da parte alambicchi e formule, si avvale di prosaiche manopole: Gain, Treble, Middle, Bass e Volume; 3 switch rispettivamente selezionano i modi Clean/Crunch e attivano i circuiti Bright e Deep. La chiarezza e rispondenza alla funzione dichiarata di questi controlli ci esimono da ulteriori descrizioni. Un selettore Boost, attivo su entrambi i canali del combo, rinforza il volume e la risposta sulle medio-basse.

DOPPIO BRIGHT
Il canale "al mercurio", elemento mobile e mutevole, nonché molto nocivo, per definizione, offre la stessa sequenza di manopole del primo; 3 switch sono qui adibiti all’inserimento del Bright, di un Mid Shift e di un Punch; vedremo tra poco l’influenza degli ultimi due.
Da notare la presenza di due distinti Bright, ognuno pensato per il canale in cui si trova, scelta intelligente visto che certamente non vorremo nel nostro suono distorto la stessa enfasi sugli acuti che abbiamo apprezzato per una pulitissima ballata country.
La sezione Master dell’Alchemist riserva una bella sorpresa: visto che ogni canale ha il suo master volume indipendente, è in realtà una compatta sezione effetti con delay e riverberi digitali!
Se fin qui possiamo già essere soddisfatti, l’Alchemist ha anche un didietro, dove troviamo un loop effetti parallelo (anche agli effetti interni) con buffer e regolazione di livello dell’effetto esterno (che andrà regolato al 100% wet); il loop può essere utilizzato anche con effetti a rack o comunque uscenti con segnale linea purché dotati di controllo di livello, ma è ottimizzato per funzionare con i comuni effetti a pedale.
Per chiudere la descrizione, abbiamo la presa per l’ottimo footswitch in dotazione e quelle per gli altoparlanti: una per 8 Ohm (o anche 16 a scapito di qualità e volume, come informa lo stesso costruttore) cui è collegato il cono interno, e una per 4 Ohm, da usarsi in alternativa (non congiuntamente) all’altra.

pannelloSOLARI PULITI
È tempo di suonare e, visto che fuori piove da giorni, dedichiamoci all’esplorazione del "solare" canale Clean/Crunch. Partendo dal pulito vero e proprio, l’Alchemist ne offre una più che discreta riserva, anche a volume sostenuto se si usa una chitarra con pickup single coil. Il timbro ha reminiscenze né esattamente Blackface (troppo pieno) né Tweed (troppo chiaro) ma comunque ha sapori Fender, che il cono in dotazione, ottimo per altri fini, propone correttamente ma non esalta; provando a collegare una cassa con altoparlanti Jensen C12N da 12”, si ha conferma di un suono brillante e ricco di overtones, un pochino duro nell’attacco ma caldo nella tessitura armonica e allo stesso tempo definito.
Lo switch Bright interviene con una certa eleganza, come un contorno di brillantezza in più ma ben calibrato. Il Deep, più che aumentare la risposta sulle basse, sembra stendere un pesante velo sulle frequenze alte; più efficace per enfatizzare i bassi il selettore Boost.
Attivando il modo Crunch, e tornando ad apprezzare in pieno l’altoparlante interno, la pasta sonora si conferma e sopraggiunge una lievissima distorsione che si sposta dapprima verso sonorità simil-Bassman, sempre più sature, poi, alzando il Gain e attivando il Boost, verso quelle di un vecchio Marshall, che poi è qualcosa di molto simile al primo.
Adottando un buon pedale overdrive tra chitarra e combo, notiamo che il comportamento in saturazione su questo canale migliora molto; si addolcisce fino praticamente a sparire la denunciata durezza; inoltre si ottiene ancor più grinta, ancor più plasmabile e distribuita su un range di distorsione più ampio.
Anche in questa situazione il Bright non infastidisce, se i toni sono ben regolati, e aiuta a definire meglio il break-up delle alte. Il Deep ha comportamento simile a quanto registrato per il modo Clean. Restiamo perplessi per la rumorosità dello switch Clean/Crunch quando si passa da un modo all’altro.
Insomma, il canale dorato dell’Alchemist è già in sé un ottimo e completo ampli in stile Tweed con qualche variante: più scavato in mezzo nei puliti, più carico in basso in saturazione, appena un po’ più duro in generale, con un latente rischio di lieve asprezza, tuttavia ben controllabile appena si prende confidenza con le regolazioni. Lo diremmo adatto anche per jazz o fusion, sicuramente per r’n’b o qualsiasi esigenza genericamente pop, con o senza pedali; ma soprattutto ci sembra ottimo per blues e rockblues.

MERCURIALI DISTORTI
Passiamo al canale Mercury. In campo distorsione, Bogner ha una reputazione da difendere e anche stavolta non si smentisce. Anticipiamo che tutti i suoni distorti di questo canale sono estremamente convincenti, anzi per i gusti di qualcuno, sottoscritto incluso, una vera festa! Dall’esagerazione rock-bluesy all’hard e al classic rock, fin quasi al metal meno estremo, tutto sembra alla portata di questo alchimista timbrico, che, con pochi ragionevoli controlli e senza ricorrere a grappoli di switch, riesce a metterci a disposizione un notevole ventaglio di sonorità ritagliabili in pochi secondi sia con pickup single coil che humbucking, sia con mano leggera che con ditali da sarta. Suona di... marchetta?
Ci spiace, entriamo nel dettaglio. Dal canale Gold, eravamo rimasti sulle soglie di un aggressivo rock-blues, e ora ci ritroviamo nel Mercury più o meno dalle stesse parti, ma con suoni più aggressivi e compatti già con il controllo Gain a metà corsa. Ruotando ulteriormente in senso orario la manopola, il suono si “modernizza” e incattivisce, andando a sfiorare l’hi-gain. I controlli di tono sono molto efficaci; in particolare, lo switch Mid Shift seleziona due diversi punti di intervento per i medi, permettendo decise virate timbriche e adattando all’ampli chitarre diverse.
Anche qui, efficace ma sempre educato lo switch Bright, soprattutto in congiunzione ai controlli di alti e medi e al Mid Shift. Chiamando in causa il Boost, l’effetto è come quello di aver inserito un booster a pedale: suono più grosso, saturazione più facile, bending e legati più facili.
Ma se abbiamo bisogno che le cose si facciano “serie”, abbiamo solo da accendere lo special rappresentato dallo switch Punch e tutto si farà… più grosso e più duro: posizionato sulla sinistra, il Punch ci mantiene grosso modo nell’isola di Bassmania, anche se con un po’ di distorsione e versatilità in più a disposizione; spostandolo a destra, ci ritroviamo a navigare decisi verso le coste del British hi-gain, tutt’un altro andare...
Potenza della mercuriale versatilità infusa nel sonico crogiolo dall’alchimista provetto Reinhold, se abbiamo tra mani una solid-body con potenti humbucker, anche il lido metallico non sembra più così lontano.
Questo canale soddisfa il chitarrista rock ad ampio raggio, sia a livello ritmico che solista. Possiamo ritagliare una ritmica devastante praticamente nel punto dello spettro in cui la vogliamo sentir emergere o affondare, così come far galleggiare i nostri legati fluidi e definiti come solo le distorsioni di altà qualità permettono di fare. Anche qui il pizzico di durezza di cui avevamo scritto or è qualche riga svanisce nel saturo tripudio di medie di questo babà alla grappa di bambù.

EFFETTO PANACEA
RetroBene, tutto quanto fin qui descritto, come nei migliori ampli, s’è crudamente apprezzato a riverbero spento. Si sa che l’ingannevole "effett-oing" può sviare nel giudizio, cammuffando, abbellendo, espandendo quanto negli ampli c’è di duro, freddo, corto, piatto... Ora, il riverbero a molle è bello, è tradizionale, è facile, è storico, è anche un po’... ovvio. Io, pur amandolo, non ne posso più! Soprattutto da quando secoli fa qualcuno ci ha proposto quelli digitali. Non ho ben capito quanto Line 6 c’entri in questo progetto Bogner. Certo è che l’ampli viaggia commercialmente con quel marchio e certo è anche che non reputo il tedesco latore di finanze tali da poter solitariamente produrre in serie e distribuire nel mondo l’Alchemist dalla sua boutique. Questo per dire che sono quasi certo, ma attendo voce contraria, che la sua sezione effetti nasca Line 6, magari anche per ricambiare l’apporto di Bogner nel progetto dello Spider Valve 112 (vedi test su Axe n.131).
Regolati da un controllo Reverb e applicati in parallelo al segnale dry, abbiamo 3 riverberi: Plate, la solita e solitamente brillante lastra da vecchio recording studio; Hall, una stanza piuttosto grande ma senza esagerare, giusta per la chitarra e decisamente "calda"; Spring, molle, lunghe direi, e non sferraglianti; questa simulazione può bastare se possiamo avere le altre due. Apriamo la “mandata” del riverbero e, preso atto della sua qualità e della sua giustezza chitarristica, abbiamo aggiunto “aria e liquido” al nostro sound.
L’alchimista non si ferma qui e ci regala anche una sezione di ritardi onboard: Ducking, ormai non va più di parlarne, è quello “dinamico” che si fa più presente quando non suoni e meno mentre stai suonando; lo diffuse anche tra i chitarristi più rozzi tal Robben Ford sul finire degli anni ‘80; ingrossa e allunga il suono senza “infagottarlo”. Sicuramente è l’unico delay propriamente digitale che abbia senso su un ampli per chitarristi rock o tutt’al più blues! Bravo Bogner. Gli altri due delay a disposizione sono la simulazione (Analog) di un Electro-Harmonix Deluxe Memory Man analogico e quella (Tape) di un’eco a nastro, scuretto e approssimativo al passar dei giri. Anche questi effetti, selezionabili da switch a 3 posizioni, passano in parallelo al segnale dry. Possiamo regolare il numero di ripetizioni (Repeats), la profondità (Delay) e, udite udite, la velocità di ripetizione con il pulsante Tap, che molti pedali ancora non offrono!

LA MISTICA DEI METALLI
In dotazione è fornito il footswitch a 4 interruttori in metallo che permette di cambiare canale, attivare il boost, il delay e il riverbero.
Le prova potrebbe lasciar supporre un ampli complicato da usare. In realtà non è così, l’Alchemist è tutto sommato intuitivo e semplice, come testimonia il fatto che il manuale, escluse caratteristiche e specifiche, riserva all’uso solo 4 paginette a caratteri grossi! E non ne servono di più...
Abbiamo preferito il funzionamento a 40 W perché dà più respiro al suono, ma l’opzione della mezza potenza ovviamente è utile e sensata.
Considerato l’armamentario a disposizione, possiamo quindi affrontare con questo Bogner tutte le situazioni, dal soggiorno di casa (a 20 W e con 2 master volume indipendenti si può ancora fare) alla sala al live professionale. Francamente non riesco a vedere veri difetti in questo combo, a meno di non considerare tale il peso, e forse le dimensioni fin troppo contenute dei mini-switch. Be’, una cosa in più l’avremmo voluta: il tap tempo sul footswitch!
Viste la timbrica e la versatilità, Cina o non Cina, il prezzo ha dell’incredibile, tanto che, come ci era accaduto per un’altra realizzazione cinese di alta qualità e prezzo paragonabile (il Vox AC15 HTV testato su Axe n.134), temiamo per le sorti degli altri costruttori in caso di affermazione di prodotti come questi.
"Alchemicamente" parlando, i metalli fondamentali sono 7, e ben 5 li troviamo magicamente riuniti in un comune ampli a valvole: l’argento nelle placcature dei contatti, il rame nei fili, il ferro nei trasformatori, negli altoparlanti e nelle viti, lo stagno e il piombo nella lega per le saldature. Mancavano oro e mercurio, ma ora Bogner ce li ha messi e la formula è completa!
Fabrizio Dadò per Axemagazine n.142
© Edizioni Palomino