Attira il successo musicale Pt.1

Attira il successo musicale Pt.1
Ciao a tutti! Visto che questo è il primo articolo che scrivo su Musicoff.com trovo giusto presentarmi in modo da instaurare un contatto con chi avrà voglia di leggere i miei futuri articoli.
Mi chiamo Antonio Guarino, sono laureato in Psicologia (con indirizzo in Human Resources Management) e dal 2007 mi occupo di promozione musicale sul web. Da circa un mese ho dato vita al primo blog italiano StrategieMusicali.it su ciò che a me piace chiamare Musical Branding, ovvero l’arte di promuovere online gratuitamente il proprio progetto musicale. Oggi più che mai, infatti, l’utilizzo della rete ha un impatto notevole sulle sorti di qualsiasi artista e, di conseguenza, ho pensato che sarebbe stato utile condividere con altri musicisti (ebbene si, anche io suono) tutto ciò che conosco al riguardo.Nei prossimi trenta giorni, grazie a MusicOff.com (che ringrazio sentitamente per l’opportunità), pubblicherò quattro articoli che andranno a comporre una mini-collana intitolata “Attira il Successo Musicale” e che, partendo dall’analisi del mercato discografico degli ultimi anni, potrà fornire alcuni spunti di riflessione, ma anche di azione, a tutti quei musicisti che hanno intenzione di sfruttare la rete per promuovere la propria musica.
Vi auguro una buona lettura e, laddove aveste commenti o domande, non esitate a farli nel thread apposito sul forum: sono a vostra completa disposizione. Come e Perchè la Musica è Cambiata!  Potrei scommetterci la testa: quasi tutti gli utenti del web, almeno una volta nella vita, hanno scaricato illegalmente musica da internet. Più volte ho provato a chiedere alle persone il perchè lo facciano e sono giunto alla conclusione che le motivazioni che spingono a questa pratica chiamata “pirateria” sono sempre le stesse, ovvero, i prezzi elevati delle opere e l’irreperbilità di alcuni cd “rari”. Ma siamo sicuri che tale pratica illegale abbia le radici piantate soltanto nel terreno delle motivazioni sopra citate? È davvero una mera questione di costi o di reperibilità? A mio avviso all’inizio era proprio così: i CD viaggiavano a prezzi relativamente elevati, ed investire un bel gruzzoletto in un disco di cui c’era il rischio che poi ci piacessero solo tre o quattro canzoni poteva essere considerato un potenziale spreco di denaro; con il passare del tempo si è quindi instaurato nella mente dei fruitori un meccanismo psicologico abbastanza semplice e che più o meno si può sintetizzare con una sola domanda: “Perché devo pagare per qualcosa che posso avere gratis?” Ed ecco il “Big Bang” dei download digitali. Oggi però, a mio avviso, non è più solo una questione di costi, ma, piuttosto, di coerenza; ecco quindi che con il passare del tempo la domanda di prima si è tramutata in: “Perché devo pagare per qualcosa che sono abituato ad avere gratis?”. La differenza è sottile, lo so, ma allo stesso tempo essenziale dato che ci fa capire una cosa: ottenere gratuitamente un disco non è più l’eccezione, ma la regola della cultura moderna (soprattutto dei nativi digitali) e del suo modo di rapportarsi con la musica. Chiudere gli occhi davanti alla realtà è assolutamente deleterio per le band emergenti poichè, continuando a “credere” che prima o poi si troverà il modo per tornare a vendere la musica, fa impostare in modo sbagliato la strategia per emergere. Di qui molti fallimenti... Dopo un periodo di iniziale confusione, le case discografiche hanno iniziato a ragionare su come potessero riparare ai danni ingentissimi della pirateria; i fatturati di grosse Major erano infatti diminuiti in maniera sostanziale e qualcosa andava fatto per arginare le perdite. Le idee che hanno avuto sono state molte, ma qui mi limiterò a parlare solo delle tre più importanti: le prime due sono dei piccoli tamponi che per funzionare si appoggiano a questioni psicologiche e monetarie; la terza riguarda invece qualcosa che ha radicalmente cambiato volto alla musica italiana.1. Dall’analogico al digitale Non riuscendo a contrastare il fenomeno della pirateria, le Major hanno provato a legalizzare i download; l’idea iniziale fu quella di commerciare gli album in formato digitale attraverso piattaforme come iTunes e ad un prezzo inferiore rispetto a quello del supporto rigido. Così facendo le case discografiche volevano abbattere i costi di stampa dei cd, dei booklet, della distribuzione e di tutto il resto, limitandosi a vendere la mera opera astratta ed immateriale: le minori spese avrebbero controbilanciato i minori introiti. 2. Dagli album ai singoli  Il secondo passo che le Major hanno compiuto per arginare la pirateria e per volgerla a loro favore è stato quello di permettere ai consumatori di acquistare dei brani singoli a solo 99 centesimi; tale cifra, per chi avesse paura di finire nei guai e per chi avesse già la coscienza sporca, appariva onesta da pagare e, soprattutto, dava modo di comprare solo ciò che piaceva davvero. L’atomizzazione del lavoro degli artisti musicali sfrutta il meccanismo psicologico ed economico dell’Unpacking ed assomiglia alle confezioni di cibo per single: “Perchè comprare porzioni sovradimensionate rispetto al mio bisogno?”  3. I Reality Show  Fino a prima dell’avvento di interne, il processo che portava una persona qualsiasi a diventare un artista era lungo; ancora più lungo era poi il percorso obbligato, chiamata gavetta, che si doveva fare prima di arrivare a vivere di musica. Dopo anni di intenso lavoro e con un procedimento del tipo “Bottom-up” (ovvero dal fondo alla cima) si arrivava in televisione, ai grandi concerti ed alle radio; insomma, man mano che si cresceva come artisti arrivava la popolarità e l’occasione di confrontarsi con pubblici via via più ampi. talentshowOggi, invece, la situazione è totalmente rovesciata, e da una logica di tipo “Bottom-up” si è passati ad una di tipo “Top-down” (dalla cima al fondo). In altre parole, dei perfetti sconosciuti con relativa poca arte e altrettanto poca parte, vengono messi su di un palco televisivo al fine di creare spettacolo e di attirare spettatori. Le conseguenze di questo fenomeno sono devastanti sotto vari aspetti: il primo, quello più legato alla qualità dell’output, è incorporato nel mezzo di trasmissione.
La TV, infatti, vive di ascolti ed è quindi necessario che i protagonisti dei cosiddetti talent show non si limitino soltanto a cantare, ma che facciano principalmente spettacolo o, comunque, scalpore (cosa c’entrano le sfide col mondo della musica?).

Il secondo aspetto intaccato dai reality riguarda invece il lavaggio del cervello che viene fatto al pubblico: chi guarda i talent show pensa davvero che per arrivare a parteciparvi sia solo questione di talento musicale e, di conseguenza, è portato automaticamente a credere che la musica sia quella che vedono. Il mezzo televisivo conferisce, infatti, credibilità a chi vi entra e, se sfruttato in un certo modo, può far apparire bianco anche ciò che è nero; in questo senso la figura dell’artista ha subito un’importante modifica poiché, a differenza di una manciata di anni fa, oggi sembra quasi la si debba costruire a colpi di popolarità piuttosto che di idee. Il perché le Major abbiano deciso da subito di non farsi scappare l’occasione e di sfuttare anche i talent show è ovvio: producendo dei ragazzi che hanno passato in TV gli ultimi mesi della loro vita, le case discografiche tagliano in toto le spese di promozione dei nuovi artisti, sicuri del fatto che la popolarità acquisita a titolo gratuito da quest’ultimi durante il programma basterà per vendere qualcosa fino alla nuova edizione del reality (a quel punto la prassi che si adotta è quella di puntare l’attenzione sui nuovi concorrenti e di abbandonare gli altri alla loro sorte... dove sono finiti gran parte dei concorrenti di Amici o di X-Factor?). Oggi, per concludere, non si hanno più artisti o cantautori “puri”, ma quasi soltanto prodotti commerciali che mischiano la TV con la musica. Il pubblico più giovane è in balia di questo lavaggio del cervello e finisce con scambiare l’arte con un suo avatar. Esempio lampante di questo “delirio collettivo” è stato il Festival di Sanremo nel 2009, quando sul palco del teatro Ariston, Valerio Scanu ha trionfato nella categoria Big ed è stato seguito a ruota (piazzandosi a sua volta secondo) da Marco Mengoni. Entrambi erano “noti” al pubblico da solo un anno ed avevano già venduto e vinto più di qualsiasi altro artista in giro da molti anni... insomma, com’è possibile che in un anno si arrivi a certe vette? Siamo davanti a nuovi geni? A voi l'ardua risposta... In questo primo articolo ho trattato l’evoluzione della musica negli ultimi anni, spiegando come le logiche di mercato abbiano subito modifiche strutturali importantissime. Voi cosa pensate di quanto ho appena scritto? Avete qualcosa da aggiungere? Alla prossima settimana con un articolo sulla definizione del Musical Branding, Antonio Guarino www.strategiemusicali.it