The Smashing Pumpkins - Monuments To An Elegy

The Smashing Pumpkins - Monuments To An Elegy
"Time is never time at all, you can never ever leave without leaving a piece of youth and our lives are forever changed, we will never be the same!", era il 1995, era "Tonight, Tonight", era Mellon Collie and the Infinite Sadness, ma soprattutto erano i The Smashing Pumpkins e quel "we will never be the same" mi rimomba dentro in maniera insopportabile.Gli anni passano, le mode sono effimere, il successo è tremendo, crudele, avaro nel concedersi e restio ai rapporti duraturi: l'equilibrio di un gruppo si regge su un sottilissimo filo steso nel vuoto tra tante teste, la pressione dei media e i doveri verso i fans. L'etereo ricordo dei sucessi degli anni novanta sono l'unico motivo per il quale Billy Corgan riesce ad attirare ancora l'attenzione dei fedeli più accaniti.Ci prova anche stavolta con questo Monuments to an Elegy (secondo album dopo Oceania della trilogia Teargarden by Kaleidyscope) ma è un ritorno amaro, incompleto, che lascia indifferenti più che delusi. Gli Smashing Pumpinks sono una band-non band alterata da continue e improduttive sostituzioni, da ultime l'abbandono alla batteria di Tommy Lee (Motley Crue) a favore di Brad Wilk (RATM) e la sostituzione al basso di Nicole Fiorentino con  Mark Stoermer (The Killers).Da Adore (1998) sono passati sedici anni, 4 dischi di poco successo pubblicati tra grandi ritardi, divorzi e poco entusiasmo e l'iperattivismo di Corgan che si infrangeva nel fallimento del nuovo gruppo gli Zwan e del disco da solista TheFutureEmbrace (2005). Monuments to an Elegy è strutturato su 9 pezzi confusi che non vanno in nessuna direzione, in bilico tra l'avere qualcosa da dire e l'incapacità di farlo fino in fondo: non sono pop, non sono alternative-rock, non si sente in maniera netta la svolta synth, messi lì a fare lo sporco lavoro di rappresentare una band che di "smashing" non ha altro che il nome.L'indiscutibile qualità dei suoni serve a poco, o per lo meno non riesce a colmare la confusione che regna tra una canzone e l'altra; il discorso è che non si vuole e non si deve per forza mettere in dubbio il valore artistico di Corgan, ma bensì l'effettivo eclissarsi delle sue capacità comunicative. Capacità scomparse, a mio avviso, in data 1999, quando i suoi compagni di viaggio, i musicisti con i quali era diventato parte della storia della musica, lentamente uno alla volta si sono tirati fuori dal progetto Smashing Pumpkins.È la somma delle parti che fa un totale, è questo sembra che Corgan non voglia accettarlo. Nessun lavoro può ne deve essere paragonato a quel capolavoro generazionale su due cd che chiamiamo  Mellon Collie And The Infinite Sadness, ma allo stesso tempo Smashing Pumpkins è un marchio di fabbrica fondato su quest'album. Non c'è cambiamento, non c'è sperimentazione, non c'è spinta conservatrice; buon livello musicale, ma il tutto non arriva a compiersi come dovrebbe.Errore di valutazione? Mi spiace, questo album è un chiaro esempio del perseverare nell'errore di spacciarsi per qualcosa che non si è più: dare una data per la pubblicazione, rimandarla e rimandarla, far sentire ai propri fan l'incertezza del progetto, la sua fragilità, il suo essere musicalmente inappropriato, non è giusto!A Corgan rimprovero l'abuso di un nome che ha segnato la storia della musica degli anni '90: gli unici Smashing Pumpkins che conosco avevano al basso D'arcy Wretzky, alla chitarra James Iha, alla batteria James Joseph Chamberlin e alla voce un ragazzo figlio di una generazione di giovani che vivevano nel terrore della ruggine, Billy Corgan.Silvia CieriGenere: Rock, Alternative RockLine-up:
Billy Corgan - voce, chitarra, basso, keyboards e sintetizzatore
Tommy Lee - batteria
Jeff Schroeder – chitarraTracklist:
1. Tiberius
2. Being Beige
3. Anaise!
4. One and All
5. Run2Me
6. Drum + Fife
7. Monuments
8. Dorian
9. Anti-Hero