Ne Obliviscaris - Citadel

Ne Obliviscaris - Citadel
Fin dal debutto, "Portal of I" (2012), i Ne Obliviscaris (che traduciamo dal latino come "non dimenticare") hanno saputo tener fede al loro nome con un lavoro memorabile, capace di impressionare il pubblico, la critica e perfino il Conservatorio di Sydney, che è arrivato ad inserire il brano "And Plague Flowers The Kaleido" nel programma d'insegnamento del corso di composizione.Un onore inusuale, che come potete ben immaginare non è dovuto tanto all'ottima prestazione tra growl e scream del cantante Marc "Xenoyr" Campbell, bensì alla capacità di Tim Charles di intessere, con il suo violino, trame sottili e delicate che creano un emozionante contrasto con la violenta tempesta che le circonda.Proprio in questo sta il nucleo estetico che definisce la musica della band australiana; un contrasto tra poli opposti che non è inedito (Opeth, Cynic…), ma suona particolarmente moderno in virtù degli elementi messi in campo.Per ergere costruzioni musicali monumentali, i Ne Obliviscaris si avvalgono, infatti,  di una tavolozza molto ampia, che tra i colori scuri sfuma dal black al death, passando per il thrash e arrivando fino al djent, mentre nelle lucenti aperture melodiche sono riconoscibili le influenze del post-rock, la musica classica, il jazz e addirittura il flamenco.Rispetto a Portal of I, formato da 7 brani irrelati tra loro, Citadel è più conciso (48 minuti e 12 secondi, contro i 71 e 40 del debutto) e soprattutto coeso; la band australiana si propone di illustrare il guazzabuglio di sentimenti nascosto e protetto dalla roccaforte ("citadel" in inglese) dell'apparenza umana. Un concept ambizioso espresso in un disco composto essenzialmente da tre blocchi. Il primo, "Painters of the Tempest", è composto da tre brani, con la seconda canzone che a sua volta si suddivide in tre movimenti (la ripetizione del numero tre è tutt'altro che casuale, poiché rappresenta, come spiegato dalla band stessa, il triangolo che è associato simbolicamente al fuoco).Il gusto classico spinto all'eccesso stridente di "Painters of the Tempest (Part I): Wyrmholes" introduce cinematograficamente l'imponente "Painters of the Tempest (Part II): Triptych Lux", una canzone contro la guerra che illustra mimeticamente, tra sfuriate e stasi, l'eterno scontro tra eros e thanatos, tra pulsioni costruttive e distruttive.  Fa da epilogo distensivo "Painters of the Tempest (Part III): Reveries from the Stained Glass Womb", in cui un violino sentimentale danza oniricamente su una base tendente al flamenco.Il secondo capitolo di Citadel è un monolite maestoso ed intenso: "Pyrrhic" prima assale con foga, poi si quieta in un post rock sospeso (alla maniera degli Explosions in the Sky) prima di divampare in un finale catartico. Infine "Devour Me, Colossus", formata da due atti: l'infervorata "Blackholes", che si increspa con violenza in un susseguirsi di riff distruttivi, e "Contortions", che chiude riprendendo le atmosfere gotiche del primo brano dell'album.Citadel è un lavoro possente e trascinante, che non solo conferma le ottime impressioni destate da Portal of I, ma riesce anche a compiere un passo avanti verso la maturità artistica. I Ne Obliviscaris si consolidano tra le migliori realtà del panorama estremo, ma nonostante ciò l'impressione è che non si tratti di un punto d'arrivo; la band australiana sembra avere il potenziale, la creatività e la forza di erigere colossi anche più grandiosi.Genere: Progressive MetalLine-up:
Tim Charles – violino, voce
Marc "Xenoyr" Campbell – voce
Matt Klavins – chitarra
Brendan "Cygnus" Brown – basso
Daniel Presland – batteria
Benjamin Baret – chitarraTracklist:
1. Painters of the Tempest (Part I): Wyrmholes
2. Painters of the Tempest (Part II): Triptych Lux
3. Painters of the Temptest (Part III): Reveries From the Stained Glass Womb
4. Pyrrhic
5. Devour Me, Colossus (Part I): Blackholes
6. Devour Me, Colossus (Part II): Contortions