L'uomo seduto accanto a me: George Martin

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

Nel 2008 mi è capitato di trovarmi nel salotto di una splendida casa di Londra, e l'uomo seduto accanto a me, davanti a un tavolo pieno di pasticcini, aveva scritto nel 1993 un libro meraviglioso, dal titolo suggestivo: "The Summer of Love: The Making of Sgt. Pepper".
Il suo nome era George Martin, e insieme a quattro ragazzini insolenti di Liverpool aveva già cambiato radicalmente le sorti della musica moderna.

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

No, non era l'autore de Il trono di spade, anche se il nome è identico. Ma per me e per milioni di altri non è mai stato un uomo qualsiasi. Mai.
Il suo libro era introvabile in Italia, perché semplicemente (e misteriosamente) non era mai stato tradotto, anche se continuava ad essere citato - spesso a totale sproposito - in innumerevoli testi pubblicati nel nostro paese.
Dopo una caccia durata anni, però, ero finalmente riuscito a contattarlo, ad acquistare i diritti del libro. Ed ecco che prima di pubblicarlo in Italia ero a Londra, in un loft davanti a Hyde Park, per incontrarlo finalmente di persona a casa sua.
Quello che segue è un sunto di quell'incontro, che poi ha finito per costituire l'introduzione all'edizione italiana del libro L'estate di Sgt. Pepper (Edizioni La Lepre).

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

"Il segreto dei Beatles è che si tramandano di generazione in generazione. Quando li incontrai per loro ero già un vecchio, avevo superato la trentina... Ogni nuova generazione prima o poi scopre i Beatles e impara ad amarli. Alla metà di questo secolo ci sarà ancora gente che scoprirà i Beatles...", mi dice.

L'uomo seduto accanto a me ha movenze lente ma decise, i suoi modi sono gentili e aristocratici. Gli occhi, chiari e trasparenti, mi guardano con interesse. Le sue mani, lunghe e affusolate, gesticolano piano disegnando forme leggere nell'aria quando risponde alle mie domande. Non è più giovane, a parte gli occhi, che sono rimasti quelli di un bambino. Siamo seduti a un tavolo ovale, di legno scuro; mentre mi parla, con la coda dello sguardo indovino i contorni della stanza in cui ci ha ricevuto. Non riesco a credere di essere seduto a casa sua, a Londra. Mi fa scivolare di fronte una tazza di tè preparata da sua moglie, Judy Lockhart Smith, ancora così bella nonostante l'età. Anche lei con gli occhi chiarissimi e sorridenti. Assaggiamo i pasticcini.

L'uomo seduto accanto a me a volte smette di parlare e ascolta le mie domande con interesse e attenzione. A tratti abbozza un leggero sorriso, che gli illumina ancora di più gli occhi. Gli ho dato la caccia per tanti anni, senza essere mai riuscito a trovarlo o a contattarlo, fino a poco tempo fa, quando le cose sono cambiate in maniera assolutamente imprevista. Ma questa è storia recente; la sua storia invece è molto più vecchia. È la prima volta che lo incontro e non riesco a credere di trovarmelo finalmente accanto. Ho avuto la fortuna di incontrare qualche personaggio importante, nella mia vita, ma mai quanto quest'uomo... Ho mille domande da fargli, da mille anni a questa parte, ci sono milioni di cose che vorrei chiedergli: l'accordo iniziale di "A Hard Day's Night", le semicrome di George Harrison su "Help!", l'assolo di "Till There Was You", e quali e quanti fossero i suoi interventi all'interno di ogni pezzo dei Beatles.

E ora sono qui, e non riesco a distogliere lo sguardo da quelle mani lunghe ed eleganti, che in tempi andati hanno accarezzato cursori di antiquati analogici banchi di missaggio negli studi di Abbey Road, a Londra. La sua camicia aperta sul collo, di un azzurro pallido, sembra la stessa che ho visto in innumerevoli vecchie fotografie che lo ritraevano insieme a quattro ragazzi di Liverpool, in un'epoca straordinaria in cui loro cinque erano occupati a sciogliere, ricomporre e definire con intelligenza e autorità i confini della storia della musica pop.
Non riesco a fargli neanche una domanda, e glielo dico. Sorride...

"Quando li ho visti e ascoltati la prima volta," racconta, "non ero convinto che la loro musica fosse davvero buona, ma sono stato catturato immediatamente dal loro fascino e dal loro carisma, e ho capito che sarebbero diventati delle star; fu una sensazione fortissima, che mi convinse ad ingaggiarli. Crebbero bene, incredibilmente bene, e lo fecero assai velocemente; come quando pianti un seme in una serra e lo vedi nascere, e crescere, e fiorire. E alla fine il loro albero divenne più grande del mio."

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

E ora, in questa giornata di sole sono accanto a George Martin e provo una sensazione ineffabile: da una parte è come se fossi entrato in una storia mille volte più grande di me, e dall'altra tutto mi sembra assolutamente semplice e familiare. La luce bassa, il tono pacato della sua voce nasale che ho imparato a conoscere così bene in tutte le interviste che ho visto negli ultimi quarant'anni; l'arredamento semplice e la grazia di quel momento, il tè e i pasticcini, il suo sguardo cortese e la sua attenzione.
Dovrei sentirmi sopraffatto, e invece tutto contribuisce misteriosamente a rendere questo scenario magicamente familiare; è incredibile cosa possa fare il tempo: improvvisamente è come se fossi andato a trovare un vecchio zio, che mi racconta tranquillamente e con affetto di parenti comuni, nominandoli uno per uno, ed è come se li conoscessi tutti perfettamente anch'io, mi dice di aver parlato con Paul qualche giorno prima...

"Paul è un musicista costante, incredibile, perfetto, suona il piano, la chitarra, il basso, la batteria, canta, scrive, e quando lavoravamo insieme lui sapeva sempre esattamente cosa voleva. Quando discutevamo parlavamo la stessa lingua, è vero, e per me era più facile avere a che fare con lui, mentre con John era come cercare di tirare fuori una lumaca dal suo guscio, era difficile, e anche quando avevo fatto il mio lavoro non ero mai sicuro se gli sarebbe mai piaciuto."

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

L'uomo seduto accanto a me ha inventato, interpretato, sconvolto i confini della musica pop. Quel disco dal titolo impronunciabile, Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band, è praticamente un suo esperimento creativo. Chi scrive ricorda benissimo la fila di ragazzi che aspettavano di entrare nel negozio a comprarlo, i movimenti febbrili per tirare fuori il disco dalla busta per poi ascoltarlo, la sorpresa della mancanza assoluta dei solchi sul vinile che avrebbero dovuto separare un pezzo dall'altro, i gadget di cartoncino contenuti all'interno della doppia copertina, i testi stampati sopra, i suoni incredibili. E tutto questo quando Revolver e Rubber Soul avevano già lasciato tutti senza fiato.
Chi scrive ricorda con esattezza la puntina del giradischi che si muoveva agile tra la seconda traccia e la terza, e come è stato necessario fermarsi, tirare il fiato, togliere la puntina, raccogliere le idee, muti, e pensare "è troppo, non è possibile che sia tutto così straordinario". Eravamo tre amici, raccolti in una stanza, davanti a una fonovaligia di Selezione del Reader's Digest, sconvolti da quanto stavamo ascoltando. Dopo "Sgt. Pepper", senza un attimo di tregua, avevamo ascoltato "With A Little Help From My Friends" e "Lucy In The Sky", ma non abbiamo avuto la forza di andare avanti. Quel disco era assolutamente fuori del mondo. E non avevamo ancora sentito "Getting Better", "Fixing A Hole", o "A Day In The Life".

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

L'uomo seduto accanto a me si muove piano e sembra molto contento di raccontare. Il momento è surreale, è magico, incredibile, interrotto soltanto dagli scatti della macchina fotografica di Emanuela Crosetti. Sono scatti leggeri, rarefatti, attenti, fatti in punta di piedi, con dolcezza, per non rompere quella magia così palpabile. Pochissimi, per non disturbare. Attenti a tutto quanto accade in quella stanza e a quello che c'è dietro le pieghe del viso di quell'uomo.

E l'uomo seduto accanto a me tesse racconti e snocciola aneddoti. Racconta episodi che conosco perfettamente fin da quando ero bambino, anche se li ho sentiti raccontare solo da altri, anche se li ho letti su un libro o visti di quando in quando in spezzoni di trasmissioni televisive. Ma quest'uomo è il protagonista vero, reale, assoluto. Di quando in quando si ferma, come a ricordare meglio, guardando leggermente verso l'alto, a pensare, a ricordare, per poi riprendere con rinnovata convinzione riabbassando lo sguardo con decisione verso di me...

"Credo che John non sia mai stato soddisfatto di nessuna delle cose che ha fatto. Non era un uomo pratico, e quando aveva a che fare con i suoni reali, si smarriva, perché non riusciva a far combaciare la realtà con i progetti che aveva in testa... Non gli importava niente, faceva tutto nel modo in cui si sentiva al momento. Non ha mai accettato compromessi nella sua vita e nella sua musica, era assolutamente spontaneo, e se a una battuta di quattro quarti seguiva una battuta di tre, era tutto naturale per lui..."

L'uomo seduto accanto a me: George Martin

Io gli racconto che quando ho sentito "Please Please Me" per la prima volta nel '63 ero semplicemente un bambino del tutto lontano dalla musica e ignaro dell'esistenza dei Beatles, della musica, del pop, di un 'middle eight', dell'importanza di un inciso, di un riff, di come si armonizza una parte vocale, di cosa fosse una chitarra Gretsch Country Gentleman. Tabula rasa. Nessun interesse, a parte i treni elettrici e le figurine dei calciatori. Poi qualcuno mette cinquanta lire in un juke-box per sentire un 45 giri, e quel bambino rimane a bocca aperta, smette di fare qualsiasi cosa stia facendo, rimane impietrito con le orecchie tese ad ascoltare, e ha la pelle d'oca.

Come è possibile, Sir George, me lo spieghi lei. Soltanto lei, Sir George, può spiegarmelo. Cosa porta un bambino privo di qualsiasi frequentazione della musica ad alzarsi dalle sue occupazioni, impietrito, e ad avere la pelle d'oca dovunque.

Cosa c'era là dentro, cosa diavolo aveva quella musica, quei cori, che razza di sortilegio avevate preparato? L'uomo seduto accanto a me abbozza un sorriso, mi guarda dritto dentro gli occhi per un periodo che mi sembra un'infinità, e finalmente mi risponde: "Tu lo sai cos'è". 
E ha ragione. Certo che lo so.
L'uomo che siede accanto a me si alza, quando gli spiego che dobbiamo andare, e ci abbracciamo e baciamo, come parenti affettuosi che si salutano.
Grazie davvero, Sir George, di tutto. Love Is All You Need

Paolo Somigli

Tutta la Redazione di MusicOff.com è davvero lieta di ospitare questo scritto di Paolo Somigli, a cui va il nostro benvenuto nella grande famiglia dei MusicOffili, e come lui ci tiriamo giù il cappello di fronte ad una figura così importante come quella di George Martin, che ha davvero segnato la storia della musica del secolo scorso e che continuerà ad essere negli anni a venire un punto fermo per qualsiasi appassionato di Musica.
Grazie Paolo e grazie George.

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