Giuseppe Palazzo - Il Linguaggio Dei Fiori

Giuseppe Palazzo - Il Linguaggio Dei Fiori
1969 - altri tempi -  Massimo Ranieri cantava "forse in amore le rose non si usano più, ma questi fiori sapranno parlarti di me", prima ancora di lui nella tradizione della canzone italiana Nilla Pizzi ringraziava per i fiori e le ragazze del Trio Lescano sentivano addirittura parlare d'amore i tulipani. La realtà è che la florigrafia, o linguaggio dei fiori, ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella cultura musicale del nostro paese.Ora, nel 2014, silenzioso e discreto, ecco il secondo album scritto e diretto da Giuseppe Palazzo che dopo Piccole Forme Di Quotidianità (2010) arriva per l'appunto con Il Linguaggio dei fiori. Mi sento soddisfatta quando posso affermare che stiamo parlando di un Cantautore e polistrumentista dalle indiscusse capacità comunicative. Apprezzato da un'ampia fetta della critica nazionale, Giuseppe Palazzo a mio avviso possiede un fascino retrò espresso con parole dal sapore antico, quasi melodico; una voce ben scandita, morbida, umana, perfettamente sincronizzata con gli strumenti che l'accompagnano.A questo punto, ahimè, mi tocca mettervi subito in allerta: non lasciatevi incantare dal nome, non è un cioccolatino tattico da piazzare il 14 febbraio nelle mani dei nostri amori di circostanza, eh no! È qualcosa di più impercettibile, di più intimo, timido e cautamente mostrato. È l'esercito della malinconia al gran  completo, nessuno escluso: le rose, il Natale, il funerale, l'amore, i muschi e i licheni, il fumo di una sigaretta, la malia, l'elettricità e Tatti, che sembra un po' Silvia, un po' Jenny e anche Alice.Nove tracce piacevoli, di un romanticismo curato che, fortunatamente, trascura il tormento che spesso un uomo di sentimento finisce col trasmettere. "Amore e altre malie" rimanda a quelle storie cantate dal maestro Capossela dove si finisce con lo scoprire che "ho confuso l'amore con questo e con altre malie", dove la malia altro non è che una fattura, un sortilegio che imprigiona il libero arbitrio."(A)Ritmomania" ti confonde, il disco che procedeva con tanta tranquillità diventa parlato e Palazzo si prende la respondabilità di spiegare attraverso la ritmomania - mania di canterellare - il fenomeno dell'aritmomania, che è quella sindrome ossessiva che porta alla necessità di numerare ogni cosa ci circondi. Ci riesce, ci riesce con calma e al 100%. C'è da sorridere, da ascoltare distrattamente, con grande leggerezza e sempre con la giusta dose di ingenuità: "anche in un film banale c'è un finale da inventare" ("Se manca l'elettricità").Devo essere sincera, questo album ha catturato la mia attenzione in primo luogo dalla copertina. Si, penserete, alla fine è un albero, ma non solo, ci sono anche le radici. Un albero si esprime nella sua chioma, è rami, foglie, fiori, frutti, nidi di merli e ragnatele, è la parte visibile all'occhio; ma alla fine un albero è soprattuto radici e quelle non si vedono tendono a spingere sempre più verso il buio, verso la profondità della terra, non si vedono ma è grazie a loro che l'albero esiste.Questo disco è un po' così, è qualità estetica e ottimo contenuto, chioma e radici.Silvia CieriLine-up:
Giuseppe Palazzo - voce, basso, chitarra acustica ed elettrica, pianoforte
Francesco Pradella - batteria
Simone "Federicuccio" Talone - percussioni
Alberto Biasin - contrabbasso
Marco La Fratta - fisarmonica
Vincenzo Isaia - clarinetto
Fabrizio Longaroni - trombe
Pamela Gargiuto - violino
Rositsa Ruseva - violoncello
Pierpaolo Lorenzo - fischioTracklist:
1. Il roseto
2. Il mio funerale
3. Aria di Natale
4. Tatti
5. Amore e altre malie
6. Muschio e licheni
7. Stampante
8. A(ritmomania)
9. Se manca l'elettricità