David Bowie - Blackstar

David Bowie - Blackstar

Con la pubblicazione del suo venticinquesimo album nel giorno in cui ha compiuto sessantanove anni, l'8 gennaio 2016, David Bowie raggiunge il culmine della più importante reincarnazione della sua carriera; il culmine di un processo iniziato il 19 novembre 2015, con il debutto del video della title track, e conclusosi alle 7:30 di un freddo lunedì, l'11 gennaio, con il breve annuncio di un epilogo che in pochi, accecati dall'ebbrezza di una rinascita grandiosa, immaginavano nonostante Bowie l'avesse già anticipato, ad alta voce, a tutto il mondo.

La carriera di David Bowie è un susseguirsi di morti e rinascite. Trasformazioni che non si limitano all'aspetto musicale, perché Bowie è anche il padre di una concezione più complessa della musica pop, capace per la prima volta di interagire con il teatro, la moda e il cinema; di unire all'aspetto sonoro quello visivo, ricercando un'ostentazione iconica della sua figura che sfocia, in maniera originale, nella frammentazione della propria immagine. Un proliferare di maschere che può essere ammirato sfogliando le copertine dei suoi album.

David Bowie - Blackstar

Un'ostentazione che cambia carattere in The Next Day, l'album del ritorno dall'ermetico abisso in cui era precipitato nel 2004 in seguito a un grave malore durante una data del Reality Tour. Bowie cita sé stesso (la copertina di Heroes) con ironia, quasi la coscienza dell'età, di un futuro non più illimitato, gli suggerisse un'autocontemplazione che però, sia chiaro, non si trasforma mai, musicalmente, nella sterile autocelebrazione che tanti artisti sul viale del tramonto si concedono, pubblicando delle copie sbiadite dei loro capolavori. The Next Day sembrava il primo atto di un lungo addio, affrontato tra nostalgie e slanci vitali ("Here I am. Not quite dying"), con la morte presente ma non protagonista. Un lento e piacevole crepuscolo a cui però, evidentemente, Bowie non era destinato.

Il cancro, l'imperatore del male (così lo definisce Siddhartha Mukherjee, medico oncologo autore di uno dei saggi fondamentali sulla malattia: L'imperatore del male. Una biografia del cancro), firma la sua condanna a morte: il giorno dell'esecuzione non è definito (e si dice che alla fine Bowie non abbia neanche voluto aspettarlo) ma è prossimo.

"On the day of execution..."

Alla prospettiva della morte, concreta e inevitabile, l'Artista risponde con la veemenza di una maestosa forza creativa. David Bowie trova il coraggio di trasformarsi un'ultima volta: nasce Blackstar, disco che prende il titolo dalla stella nera che capeggia, monolitica, su una copertina che per la prima volta non contiene né riferimenti alla sua figura né lettere dell'alfabeto latino (il disco è firmato "Bowie", ma la firma è impressa utilizzando un font del tutto originale).
Una stella nera che è anche il culmine di un percorso verso l'incorporeità intrapreso da tempo, attraverso la progressiva scomparsa dalle scene pubbliche; ultima reincarnazione di un Bowie che non cerca più una maschera dalle sembianze umane, ma si trasforma in un simbolo. Perché gli uomini sono effimeri, mentre i simboli sfuggono alla morte. E altrettanto fanno le stelle, che reali o metaforiche popolano l'universo dell'Artista da cinquant'anni ("And the stars look very different today").

"Stars are never sleeping
Dead ones and the living
[...]
They are the stars, they're dying for you
But I hope they live forever"

Un simbolo non muore né di vecchiaia né di cancro, ma solo di oblio; un simbolo vive finché qualcuno sa il suo significato. Perciò cos'è ★? Cosa significa? La risposta, naturalmente, è nei 41 minuti e 13 secondi di musica che accompagnano la stella nera e ne creano il mito.

Blackstar è un disco vertiginosamente ambizioso, che si perde libero nell'abisso dell'immaginazione come era riuscito solamente, in condizioni opposte eppure così simili (l'edonismo portato all'estremo), a Station to Station del 1976. Un disco, come tanti dei lavori di Bowie, di sintesi musicale, che coinvolge non solamente diversi generi, in particolare il pop e il jazz, ma anche il passato e il presente.
Infatti, nonostante tutto, Bowie non ha mai perso quell'instancabile e illimitata curiosità che lo ha sempre contraddistinto: ascolta e si lascia influenzare (parola del suo produttore e portavoce Tony Visconti) da Kendrick Lamar e i Boards of Canada; assiste ancora ai concerti degli artisti che più lo interessano, come il sassofonista Donny McCaslin che verrà reclutato per l'album proprio dopo un'esibizione al 55 Bar nell'East Village.

I sette brani che compongono Blackstar raccontano, quasi in un flusso di coscienza, molte delle passioni e delle ossessioni che hanno plasmato la vita dell'Artista. Passioni che vengono da lontano, come il jazz e quel sassofono, primo amore musicale del giovanissimo Bowie, che insegue la sua voce in tutti i brani, su tutti in "'Tis a Pity She Was a Whore". O l'amore per la letteratura tra la citazione di una tragedia di John Ford e il recupero, nei giochi di parole di "Girls Love Me", del nadsat, lo slang parlato in Arancia meccanica di Anthony Burgess.

Ma sono le ossessioni a lasciare le cicatrici più profonde sull'album, come quella per i simboli occulti che riaffiora nell'imponente title track, il brano più lungo mai scritto da Bowie dopo "Station to Station" (che, tra l'altro, ha una struttura molto simile), rispolverando l'interesse, risalente agli anni Settanta, per l'esoterista Aleister Crowley. O, ancora, la paura di perdere il senno, dopo che la follia ha consumato la vita del suo fratellastro maggiore, Terry Burns, malato di schizofrenia e morto suicida nel 1985. Una figura fondamentale per la formazione dell'Artista (è proprio lui ad averlo introdotto al jazz, oltre che alla letteratura della beat generation) che genera un'associazione tra l'alienazione e la mortalità, palese sia nella rappresentazione visiva di "Blackstar" che in quella di "Lazarus".

E poi, naturalmente, c'è la morte, l'ossessione costante e imprescindibile. Bowie inizia l'album sfidandola nei due atti (il primo dal tono liturgico, il secondo tra il sentito e il beffardo) che compongono la title track, una fantasia superomistica a tinte fosche destinata a diradarsi. Nella struggente "Lazarus" troviamo sia un'ammissione della propria mortalità, attraverso il reale che entra nel simbolico (il riferimento a New York, dove l'album è stato registrato), che la forza di gettarsi nell'abisso ricercando, senza più niente da perdere ("I've got nothing left to lose"), la libertà che solo l'immortalità o la morte stessa possono dare.
Infine, dopo la consapevolezza dolente della mesta "Dollars Days", "Blackstar" si disperde in "I Can't Give Everything Away": un brano che inizia recuperando l'armonica che caratterizza "A New Career in a New Town" (ancora la rinascita, il cambiamento, quell'ossessione che fa coppia con la morte), canzone strumentale contenuta in "Low" (1977), e si sofferma poi sul rimpianto di non poter dare tutto sé stesso (un rimpianto dal significato particolare, perché Bowie aveva ancora tanto da esprimere).

Lo si è già detto: un simbolo vive finché qualcuno conosce il suo significato. E il significato di ★ resta indelebile nella memoria dei tanti che hanno ascoltato e ascolteranno una delle opere d'arte più intense dei nostri tempi. E non siate sorpresi se il significato non è univoco,  perché è proprio qui che sta la grandezza di Blackstar: un contenitore senza fondo che solo quel "Bowie" in copertina descrive nel migliore dei modi.

Francesco Cicero

Tracklist:

  • Blackstar
  • 'Tis a Pity She Was a Whore
  • Lazarus
  • Sue (Or in a Season of Crime)
  • Girl Loves Me
  • Dollar Days
  • I Can't Give Everything Away

David Bowie - Blackstar

Pubblichiamo in calce a questo articolo un pensiero, un omaggio, un'emozione, di Silvia Cieri, oramai conosciuta ed apprezzata "penna" delle recensioni di MusicOff ed anima musicale particolarmente legata a questo grande artista, il cui vuoto è e resterà incolmabile nel mondo della musica. 

"Silvia, Bowie … non credo a quello che leggo, è stato bello dirgli addio così, ascoltando il suo album tutta la notte".

È da quando leggo il messaggio della mia amica Roberta, che mi commuovo a ciclo continuo, che mi ubriaco di malinconia, di musica, di quella voce che nella mia vita non è mai, mai, mancata. Questo non è un coccodrillo, perché quel genere di cose si scrivono per quelli che, ahimè, muoiono una volta e per sempre, ma non è questo il caso, perché parliamo di qualcuno che è stato capace di insediarsi nel mondo senza forzature, con una delicatezza senza pari.

In realtà non sono brava in queste cose, sono una mammoletta, sono una che vive la morte in maniera estremamente romantica, una che vede in essa la manifestazione estrema dell'esplosione della vita, una che ha iniziato ad ascoltare David Bowie proprio per smettere di avere paura della morte.

E allora tutte queste lacrime, tante da sentire gli occhi gonfi e la testa scoppiare, sono sintomo di un fanatismo senza luogo? Di una fragilità esagerata?

Probabilmente.

O forse è solo che si sceglie di vivere di emozioni, di note, di parole e di determinate voci ed è proprio tutto questo che compone la colonna sonora della vita: la musica copre il dolore, la musica esalta l'amore, la musica riempie i vuoti, insaporisce i sentimenti, rende possibile l'emozione senza giusta causa.

Non posso far finta di niente, uno dei miei maestri è andato via, lasciandomi un'eredità di una grandiosità incalcolabile. Mi sento triste, mi sento amareggiata, perché l'eternità è stata concessa solo a pochi, mi sento sotto pressione ma allo stesso tempo mi sento ricca, immensamente ricca, di quelle ricchezze che nessuno intaccherà mai, perché ai miei figli, se ne avrò mai, ai miei nipoti, agli sconosciuti per strada, al mio cane, a due gatti presi per caso, al vento, al sole, alla terra, alla luce e al buio più pesto urlerò senza sosta il mio grazie più sincero alla mia prettiest star.

"One day though it might as well be someday you and I will rise up all the way, all because of what you are the prettiest star"

Silvia Cieri