Corrado Rustici - Seconda parte dell'intervista

Corrado Rustici - Seconda parte dell'intervista

Nella seconda metà della nostra lunga e interessante conversazione, Corrado Rustici dà qualche utile spunto per una sana relazione con il mestiere di musicista, parlando degli intenti del suo lavoro, del rapporto con la chitarra, di quei pochi grandi che veramente avevano il suono e la tecnica, del futuro del mercato della musica (con un segreto nel cassetto in arrivo a breve).

Leggi la prima parte dell'intervista.

Corrado Rustici - Seconda parte dell'intervista

Dato per assodato che il lavoro di Aham non è partito con intenti commerciali, secondo te esiste un mercato per la musica strumentale di questo tipo in America, in Europa?

Io credo di sì, ma non può essere quello che conosciamo... l'ho detto perché sto ricevendo del feedback da musicisti americani e italiani di quanto sia gradita questa cosa, perché è diversa. Siamo tutti assetati di sentire qualcosa di diverso, ma non diverso per il diverso, qualcosa che sia organico, oltre a sfruttare le nuove tecnologie, cioè un linguaggio nuovo per riproporre sempre le stesse note che conosciamo da sempre... per questo dicevo che la tecnologia cambia sempre tutto: quest'album non sarebbe mai potuto esistere vent'anni fa! Oggi c'è la possibilità di fare cose di questo tipo per chi vuole dannarsi come me su un lavoro del genere, però - ritornando alla tua domanda - credo che quello che mi interessa sia che possa servire d'ispirazione, non per fare la stessa cosa ma per iniziare a pensare allo strumento in un modo diverso. E credo che ci sia molto desiderio, non solo da parte di altri musicisti ma anche del pubblico in generale di sentire cose nuove, vere, che siano in qualche modo passionali, perché poi viene da lì, no? Che siano in qualche modo vere, che non siano fatte per quella che io chiamo la "gabbia d'oro", lo zoo in cui vivono le star che devono fare "il prodotto". Io, nel bene e nel male, ho la fortuna di esserne fuori e faccio le cose per la musica...

Suona come un tentativo di comunicare anche del significato nella musica, non solo note ma qualcosa che abbia un senso...

Sai, noi siamo musicisti e comunichiamo... musica, se non comunichiamo quella cosa lì per me è inutile. Puoi comunicarlo magari in un linguaggio che non è compreso sempre dagli altri, però non toglie la verità... cioè, credo che quando fai una cosa vera viene percepita come vera. Può piacerti, non piacerti, però non la puoi mettere da parte dicendo "questa roba non serve a niente", perché non è così. La musica ha questo potere.

Nel disco la maggior parte delle cose sono eteree, rilassate, ma ci sono anche momenti più forti ritmicamente...

Allora, c'è un brano - "Roots of Progression" - che è più ritmico degli altri, un mio tributo alle influenze che hanno formato parte del mio percorso musicale... e chi ha orecchie per sentire, sente da dove son venuto... Volevo farlo ed è stato una specie di gioco che viene un po' dal Prog, Jazz, Fusion, Pop, Classica... a parte quel brano lì che è un po' più movimentato gli altri sono abbastanza nostalgici o, come dicono in America, "moody", no? Questo mi piace, perché io tendo a essere così... mi piace David Sylvian, mi piacciono le colonne sonore, sono molto attratto, preferisco ascoltare quelle cose che altro, anche se poi mi piace il mio pop come piace a tutti o il rock o altro... ma caratterialmente gravito verso quel mondo lì.

Se si esclude la citazione quasi Zappiana dell'intermezzo di "As Dark Bleeds Light"...

Ah, quella centrale, sì! Lo dovevo mettere per forza... e ho notato che vengono fuori queste cose di Zappa, un personaggio che io mi dimentico e poi mi ricordo, "Certo che mi piaceva tanto Frank Zappa quando avevo quindici anni..." Evidentemente vengono fuori a livello di DNA musicale... in quel punto non volevo un assolo, sentivo il bisogno di una cosa diversa, di rompere l'atmosfera del brano con qualcosa ed è venuto fuori questo, che tra l'altro ho fatto molto velocemente, in un pomeriggio... e m'è piaciuto.

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Tornando al tuo rapporto con la chitarra, sono andato a rileggere qualche vecchia intervista da fine anni '80 a oggi e l'impressione è che tu periodicamente senta il bisogno di rinnovarti, di decostruire e ricostruire qualcosa di nuovo...

Certo, credo che ogni musicista abbia questa necessità... (ci riflette) non sono interessato a cose che ho già fatto, sono grato di aver avuto l'opportunità di farla, ma tutto ciò che conosco è passato. Quello che mi interessa ora è ciò che è sconosciuto. Quindi, io vengo da là e son grato a quella storia che mi ha portato fin qui, però adesso cosa c'è? E non puoi ovviamente ripeterti, perché credo che sia un esercizio inutile, perché la vita non si ripete... se l'arte è un riflesso della vita, la vita è un continuo rinnovarsi, evolversi, un continuo manifestarsi in maniera diversa e uguale, perché è sempre vita, no? Io, poiché sono fuori - come dicevo prima - dalle "gabbie d'oro" del prodotto, dove devi ripeterti per i clienti, per vendere delle cose, qualcosa che per fortuna non mi appartiene, sono libero di fare... La mia aspirazione è di essere un artista, un musicista, e non di essere una star, e quella secondo me è una cosa essenziale...

Che in realtà non è una cosa così frequente se vai a vedere la maggior parte dei musicisti in circolazione... la capacità di cancellare la lavagna per provare a scriverci sopra qualcosa di diverso...

Sì...

È chiaro che te lo devi anche poter permettere, ma prevede uno sforzo che non tutti sono capaci di fare...

Eh, ma se non lo fai, cosa fai? È una domanda retorica, ovviamente, ma se non cancelli... se non metti giù delle valigie non puoi prenderne delle altre. Siamo tutti bravi... quel che conosciamo lo conosciamo molto bene, alcuni di noi meglio di altri, e poi c'è la paura... la cosa difficile non è farlo, ma accettare l'idea di mettersi lì a studiare delle cose che tu non conosci, no? Ma in ogni caso andiamo in quella direzione... credo che sia un processo abbastanza naturale, succede in natura continuamente, solo che noi abbiamo queste idee... credo che venga dall'idea base che abbiamo paura della vita stessa e quindi cerchiamo di proteggerci da quello che potrebbe succedere, quindi ci inventiamo tutta una serie di ruoli, di storie, paure... e cerchiamo di crearci uno scudo intellettuale, emotivo, psicologico che ci difenda da ciò che può succedere (ridacchia)... perché fa paura, perché siamo abituati a mantenere il controllo, perché dobbiamo sapere, sapere cosa succede domani e se non lo sappiamo stiamo male... cosa può succedere domani? E allora premuniamoci, no? Io non sono così, io... mi arrendo, metto giù le armi e sono aperto a quello che può succedere... nei miei limiti, ovviamente.

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Tornando alla chitarra, in passato hai dichiarato anche che per te esistevano solo due-tre chitarristi al mondo che avevano sia il suono che la tecnica. Quali sono?

Beh, il primissimo è Jimi Hendrix perché ha quel modo di suonare, perché ha rivoluzionato veramente il modo in cui approcciare la chitarra elettrica... prima erano tutti perbenino, anche se c'era già la distorsione... lui ha preso questo suono e l'ha fatto diventare un grido selvaggio nella giungla del rock e ha cambiato il mondo. E aveva una tecnica che combaciava con il suono della chitarra, perché con quel suono lì... nonostante si stiano ancora sforzando di perfezionarlo con il tapping, etc... è selvaggio, no?
Secondo me la distorsione, che ho usato tantissimo tra l'altro, è una delle cose fondamentali dell'album perché attraverso la distorsione raggiungi delle frequenze, puoi fare delle cose che non puoi fare col suono puro, no?
Usata in un certo modo, però, la distorsione è diventata ormai un palliativo, un bluff per fare sempre le stesse cose. Per quanto riguarda un musicista che ho la fortuna di chiamare anche amico, e che credo che sia forse il Charlie Parker della chitarra elettrica moderna, e cioè Allan Holdsworth, lì c'è una ricerca anche di suono, non è solo tecnica. Lì vedi come il suono è parte integrante delle note che sceglie e di come approccia la chitarra... è un suo stile, che non è per tutti ed è quella cosa là. Ci sono chitarristi elettrici molto bravi che però per me hanno un suono orribile, lui c'è riuscito... forse perché condividiamo la passione per il sassofono, lo riteniamo uno strumento che sembra quasi distorto ma è molto espressivo. E lo sforzo che io cerco di fare è proprio quello di esprimere di più con la chitarra.
Per esempio, c'è un suono nel primo brano che sembra un suono di duduk, una specie di sassofono (tipico della musica tradizionale armena, ndr), che va usato in maniera opportuna... i chitarristi si siedono e fanno il blues, ma uno strumento così lo devi usare in qualche modo in un contesto diverso, ti deve ispirare a fare una cosa diversa. E questo è il caso di Allan, che credo sia stato uno dei pochi... lui mi ha ispirato a suonare come un sassofonista, piuttosto che come un chitarrista, nonostante siano all'antitesi perché la chitarra è uno strumento percussivo, è difficile... Lui è stato uno di quelli che... c'è un prima e un dopo. E dopo di lui molti chitarristi sono cambiati.

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Dal tuo punto di vista di musicista e, soprattutto, di produttore che ha lavorato con mezzo mondo, come vedi il cambiamento enorme del mercato che c'è stato nei trent'anni e più della tua carriera? Cosa sta succedendo ora che le case discografiche si sono molto, molto ridimensionate e cosa vedi tu nel futuro immediato?

Allora... io ho un segreto nel cassetto di cui non posso parlare, però ci sto lavorando da diversi anni e vedrà la luce molto presto. È un nuovo approccio al digitale nel senso di dare agli artisti un modo diverso di affrontare il prodotto e, dalla parte dell'utente, di come questo prodotto può essere in qualche modo condiviso anche a livello di creazione... Adesso non voglio dire di più, però vedo l'indirizzo verso una cosa che il digitale può fare e che non è stata ancora capita: non ha senso replicare... sia il mercato che l'analogico per quanto riguarda la creazione dei suoni con una cosa che può fare delle cose completamente diverse e non è stata ancora compresa, secondo me...
Per quanto riguarda l'industria, questa è nata all'epoca su un concetto di tecnologia che non era stata ancora adottata da nessuno... i grammofoni li producevano due aziende sole, una americana e una tedesca, che avevano creato questo giradischi che non serviva a niente perché non c'era prodotto, non c'era nulla; c'erano questi personaggi che andavano di porta in porta a darlo gratis alle persone per creare appunto dei clienti... e a un certo punto hanno raggiunto una massa critica che aveva bisogno di un prodotto, del contenuto... che erano le registrazioni della radio, perché all'epoca era la radio il veicolo principale.
Hanno creato le registrazioni dei live show della radio e poi, da lì, con l'invenzione del multitraccia è diventata un'industria, no? Credo che oggi sia un mondo quasi simile, cioè, c'è un mondo che come la radio diffonde del contenuto, ma il prodotto deve subire una trasformazione che secondo me c'è già. E noto che ci sono finalmente alcuni artisti che stanno adottando un certo pensiero riguardo a come adottare il digitale per creare e per condividere questa cosa sulle piattaforme... di questo ne son convinto perché lo vedo. Poi, abitando là, sono continuamente in contatto con tutte queste cose, anche perché adesso sono abbastanza coinvolto con Silicon Valley per ciò che sto sviluppando e che spero... se succede, cambierà il mondo... credo (ride)...

Addirittura...

Sì, perché penso che sia il momento, il timing giusto, la tecnologia c'è, c'è la volontà da parte degli artisti che sono ancora però abbagliati dai... dai ricordi piuttosto che dalla realtà. Si ostinano a pensare in un modo antico che non serve più a niente, a un prodotto secondo me obsoleto, alla canzone statica... e ho detto già troppo... è un prodotto stupido in un contesto di aggeggi intelligenti, per cui... da lì il passo è breve: fai una canzone intelligente che possa usufruire della tecnologia.

Leggi la recensione di Aham.

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Autore


Stefano Tavernese

Storico collaboratore e infine anche direttore della trentennale rivista Chitarre, giornalista e ottimo musicista polistrumentista con un dichiarato amore per la chitarra & affini.