BB King e il mestiere del bluesman

Il grande bluesman incontrato dopo la partecipazione ad album e film degli U2, proprio quando stabilisce un nuovo traguardo nella sua lunga carriera e benedice l'inizio di quella di un giovanissimo e ancora sconosciuto Bonamassa.

Cosa c'era da aspettarsi da un incontro con il "Re del blues", l'uomo famoso per il vibrato lancinante, per la voce ruggente, per la mole che faceva sembrare piccola persino la sua Lucille, l'inseparabile Gibson? Un vero e proprio mito, elemento di spicco nella triade dei tre King assieme ad Albert e Freddie, inserito a pieno merito nella Rock and Roll Hall of Fame.
La scoperta è stata quella di trovarsi davanti a una persona normale, un uomo privo di sovrastrutture, totalmente immerso nel suo mestiere, nella sua vita di musicista perennemente in tour.
Era la fine degli anni '40 quando si guadagnava il suo nome d'arte, abbreviazione di Blues Boy King, iniziando una straordinaria carriera che l'avrebbe portato incessantemente in giro per il mondo con la sua chitarra fino alla morte nel 2015.
Già famosissimo anche presso il pubblico bianco del pop-rock grazie alla stima delle maggiori star del rock-blues con cui aveva iniziato a collaborare fin dai primi '70s, nel 1989 BB King era fresco reduce da un nuovo boost della sua immagine dovuto alla presenza nel potente film-concerto Rattle and Hum, prodotto dagli U2 nel momento della loro massima popolarità planetaria.

Proprio nello stesso anno un ragazzo di 12 anni incontrava il grande bluesman per la prima volta nel backstage di un festival nello stato di New York e si faceva autografare la sua stratocaster nello spazio lasciato da gente come Stephen Stills o Buddy Guy. Si chiamava Joe Bonamassa ed era stato appena scritturato per aprire i concerti di BB King con la band con cui si esibiva nei weekend, quando non era occupato dalla scuola.
Ricordando quel momento, nel 2014 Bonamassa avrebbe dichiarato al The Telegraph: "BB King è il blues. Il blues è lui... mi hanno chiesto se volevo aprire i suoi concerti: ovvio che volevo aprire per BB King! Live at the Regal è il mio album preferito di sempre e "The Thrill Is Gone" è la mia canzone da portare sull'isola deserta."

Il mio incontro con questo vero e proprio mito della musica - intervistato per la cover story del numero di novembre di Chitarre - si è svolto in due parti, una in una grande stanza d'albergo per la session fotografica e l'altra nel camerino (in realtà, una tenda) dopo il concerto.
La sensazione che rimane a distanza di tutto questo tempo è quella di un uomo diretto, semplice, caldo, privo delle sovrastrutture tipiche delle cosiddette rockstar. Accanto a lui c'era il suo manager da lunghi anni, un anziano americano bianco che difendeva con cura lo spazio vitale del suo artista.
Rileggendo oggi l'intervista, il ripetersi di risposte sul filo di "Io suono quello che sento" mostra la gentilezza di un artista che non si tira indietro neanche davanti alle domande scontate di un musicista/giornalista emozionato. Anche questa è professionalità. E quanti spunti e consigli pratici...
Ma chi si sarebbe immaginato che nel suo ricco curriculum ci fossero anche film come Donne amazzoni sulla luna?

Mentre ascoltavo il tuo concerto mi è venuta in mente quella scena del film Rattle and Hum in cui dici a Bono degli U2 che suonare gli accordi non è la tua specialità ("I'm horrible with chords..." sono le sue parole). In effetti, durante lo spettacolo non usi molto il tuo strumento per accompagnare... sembra quasi tu stia suonando uno strumento a fiato più che la chitarra. È così?

No (ride)... suono solo come mi viene. Non sono mai stato un grande accompagnatore: posso suonare dietro ad altri musicisti, ma non accompagnare me stesso.

Quindi è una tua scelta precisa...

Hmmm... è una mia scelta perché non mi sembra di suonare tanto bene mentre canto e quindi poi neanche ci provo. Preferisco farmi sostituire da una ritmica esterna.

Ho notato comunque che in quei rari momenti in cui accompagni con degli accordi usi un backup quasi jazzistico. È vero che nelle tue origini di chitarrista c'è anche l'influenza di musicisti come Charlie Christian e Django Reinhardt?

Suono solo quello che sento. Ho ascoltato effettivamente quei chitarristi da giovane, ma per me è lo stesso sia che stia suonando "Three O'clock Blues" sia "The Thrill Is Gone", suono sempre quel che sento. Quindi, se il risultato è un po' jazzy o altro dipende tutto dalle mie sensazioni del momento specifico. È come quando la gente discute su "tradizionale" o "non tradizionale"... è un atteggiamento che non accetto perché credo che quando prendi in mano uno strumento suoni quello che ti viene spontaneo. Come te! Quando scrivi, scrivi quello che senti di scrivere! Per me è lo stesso.

LA CHITARRA NON CONTA

Il suono della tua chitarra è famoso almeno quanto te. È come la tua seconda voce, ne hai una quando canti e una quando suoni la chitarra. Come ottieni questa timbrica dalla tua Gibson?

Posso ottenere la stessa timbrica da qualsiasi altra chitarra.

Quindi dipende dalla tua mano...

Certo. Mi piace suonare la Gibson 335, mi si adatta molto bene... Immagina di avere un pianoforte in un angolo della casa: se viene Ray Charles avrà un certo suono, se arriva Elton John ne avrà un altro, con Oscar Peterson sarà ancora diverso. Ogni musicista avrà la sua timbrica. Lo stesso succede a me con la chitarra: se mi dai la tua sentirai sempre il mio suono. Se ti dico che mi piace quella che uso è perché sono un uomo di notevoli dimensioni e quello strumento mi si adatta bene, ha un bel manico... Tutto è venuto spontaneamente.

Negli anni hai usato anche semi-acustiche dalla cassa più alta, vero?

Sì, e anche delle solid-body. Ho avuto una delle prime Fender mai costruite. Di chitarre ne ho avute tante, ma il mio suono è rimasto praticamente lo stesso.

IL BLUES E LE ETICHETTE

La gente viene da te per ascoltare il blues e per molti addirittura "sei" il blues: come vedi la diffusione di questa musica in tutto il mondo?

È stupendo! Tutti questi musicisti fanno quello che io ho fatto da sempre: suonano quello che sentono! E questo è grande... alcuni cercano di diventare musicisti country, altri vogliono essere jazzisti, altri ancora puntano al rock, al soul, al blues, ma alcuni suonano quello che sentono veramente dentro di sé e vengono etichettati in tanti modi. Io sono uno di questi. Alcuni mi chiamano "blues player", altri "blues singer", altri ancora usano molti altri termini che ora non è il caso di citare... mi va abbastanza bene di essere considerato un musicista blues perché sento che con la mia musica suono qualcosa che viene da qui... e qui (indica il cuore e la pancia)! E non basta tirar fuori lo strumento durante le serate, ci vogliono molte ore di esercizi (canticchia un fraseggio)...

Continui ancora oggi a fare pratica?

Ogni giorno. In ogni momento utile. Non quanto dovrei, ma per quanto mi è possibile.

U2 & B.B.King - "When Loves Comes to Town"

LA PELLE BIANCA DI BONO

Com'è stata l'esperienza del film degli U2, Rattle & Hum? Come ti sei trovato assieme a questi giovani irlandesi che solo fino a ieri non avevano neanche idea di cosa fosse il blues e all'improvviso ti chiedono di suonare con loro?

Suonavano quello che gli piaceva e a me è piaciuto suonare la loro musica. Non sono stato ad analizzare la loro razza o il colore della pelle (ride)! Mi piace Pavarotti e non sono italiano... ne vado pazzo! Lo stesso vale per gli U2, mi piacciono e hanno raggiunto un obiettivo che piacerebbe a molti: sono il gruppo numero uno nel mondo! A queste cose non si arriva battendo la fiacca, ma lavorando duro e loro lavorano duro sul serio. E le persone in tutto il mondo che li seguono non lo fanno mica senza motivo, li apprezzano per quello che hanno realizzato.

Non basta la tecnica a portarti così in alto...

...ci vuole anche un cuore. Per rispondere alla tua domanda, mi è piaciuto lavorare con loro e non mi dispiacerebbe fare qualcos'altro assieme (poco dopo l'uscita di questa intervista sarebbe uscita la notizia del tour mondiale che avrebbe visto di nuovo assieme B.B.King e la formazione irlandese).

B.B. E IL CINEMA

Un altro dei punti forti del tuo show odierno è l'esecuzione di "Into the Night" dalla colonna sonora del film di Martin Scorsese Fuori Orario. È notevole come in questo caso il successo commerciale di una canzone non vada di pari passo con scadimenti in senso musicale: ci sei veramente tu in quel pezzo!

E questo non va bene (ride di cuore)?

Benissimo. Pensavo al tipo di compromessi cui spesso ci si deve adattare per entrare in un certo mercato...

L'autore del pezzo, Ira Newborn, mi conosce molto bene ed è lui stesso un bravo chitarrista e arrangiatore. È stata una bella esperienza interpretare quel brano perché era un po' diverso dal mio solito repertorio, ma mi piace sempre tentare nuove strade. Alcuni pensano che essendo un musicista blues non dovresti uscire mai dai confini di questo genere, ma questo è assurdo: per quanto mi riguarda io sono aperto a tutto. Se fai qualcosa di buono piacerà anche al pubblico, altrimenti... Io, comunque, continuo a tentare perché credo tutto serva per formare un'esperienza. In 41 anni di attività ho cercato di provare di tutto.

Quale sarà il prossimo passo allora?

Non lo so!

Niente di preciso...

No, ma mi metterò a lavorare sui brani per un nuovo album. Mi piacerebbe continuare a fare del cinema... ho interpretato piccole parti in una decina di film. Mi puoi vedere in Spie come noi, Donne amazzoni sulla luna, nella colonna sonora di Stormy Monday con Sting... mi piacerebbe anche fare altra televisione.

TECNICA O ESPERIENZA?

Prevedi nuove collaborazioni nel prossimo periodo?

Fino a questo momento non ho alcun programma definito, ma tutto può succedere... a parte gli U2 ho lavorato con tanti musicisti, Grover Washington Jr, Bobby Bland, due o tre album con i Crusaders, uno con Larry Carlton, un altro con Stevie Wonder, Carly Simon e tanti altri che ora non mi vengono in mente. Ho inciso con molta gente ma mi piacerebbe allargare il numero ulteriormente, anche se in questo momento non mi viene in mente un nome preciso...

Tra i tanti chitarristi che negli ultimi venti o trent'anni hanno ammesso spontaneamente di aver preso molto dal tuo stile ce n'è qualcuno che senti particolarmente vicino?

Particolarmente vicino... proprio non so. È come avere cinque figli e chiedersi quale ti assomiglia di più nei lineamenti, quale nel modo di fare, quale ami di più. Non saprei cosa rispondere ma ti posso dire che tra le nuove generazioni di musicisti ce ne sono tanti che suonano molto meglio di me.

È un bel complimento da parte tua ma - come dicevamo prima - non si vive solo di tecnica, quindi...

Beh, a mio vantaggio c'è essenzialmente l'esperienza, suonavo già prima che tanti venissero al mondo, ma tecnicamente molti di loro sono superiori. Personalmente non mi sento autorizzato a parlare di pulizia o completezza, ma posso dire che quando suono "so" quello che sto suonando. Non ho dubbi. Vedo chiaramente ogni nota ancor prima di suonarla. È difficile che commetta grossi errori perché so in anticipo ciò che sto per fare. Questo accade a molti musicisti ma per quanto mi riguarda la cosa importante è che quando suono non mi perdo facilmente... sul palco non mi limito a esercitarmi con lo strumento, questo lo faccio nel camerino.

È interessante sottolineare questi concetti, soprattutto con tutta la mania per la velocità che circola soprattutto fra i giovani chitarristi. Penso che tu ti riferisca alla necessità di essere presente con tutto il proprio corpo e la propria mente per suonare ciò che si sente dentro...

Questo vale per me, certo, ma penso che sia come parlare, esprimersi. Parlo inglese in continuazione, ma non sono un grande oratore, anche se faccio del mio meglio, comunque riesco sempre a esprimere compiutamente i miei pensieri, i miei sentimenti. Ecco perché a volte scriviamo le nostre sensazioni... quando suono a casa o nel camerino mi può capitare di annotare qualcosa, giri di accordi o altro che mi possono venire utili in seguito. Non mi fraintendere, non salgo poi sul palco per eseguire una serie di cose preordinate freddamente, ma mi muovo all'interno di una struttura, ciò che chiamo una "mappa", su una serie di accordi, suonando elementi, frasi che conosco bene ma non sempre nello stesso ordine. A volte sarà uno-due-tre-quattro-cinque, altre invece uno-cinque-tre-due... e così via. Continui a mescolare gli ingredienti anche per evitare che le cose ti vengano a noia perché se il musicista perde l'entusiasmo per ciò che fa il pubblico lo capisce immediatamente e si perde ogni contatto.

B.B.King - "The Thrill Is Gone" live

A OGNI PUBBLICO IL SUO

Questo ha a che vedere con la dinamica che scegli ogni sera...

Certo. E le persone che ti trovi davanti non sono mai le stesse... con il pubblico di stasera, per esempio, se avessi fatto un altro set non avrei mai potuto suonare le stesse del primo.

Quindi reagisci ai diversi tipi di pubblico...

Certo... bisogna farlo ogni sera. Il pubblico è composto da tante persone ma è come se fossero una e ogni volta devi tentare di soddisfare quella singola persona. E ai giovani musicisti vorrei dire che è questo l'obiettivo più importante, cercare di soddisfare gli spettatori, ma prima bisogna sempre soddisfare se stessi altrimenti non si può fare nulla. Un altro consiglio che vorrei dare è questo: quando si viaggia come facciamo noi non sempre tutto funziona al meglio perché l'amplificazione cambia ogni volta e può capitare, come stasera, di trovare un amplificatore con cui non ti trovi bene affatto...

Non era il tuo, quindi...

No, uso il mio solo negli Stati Uniti, non lo porto mai in viaggio. Quasi sempre me ne procurano uno di buona qualità e anche questo non sarebbe stato male se non per il ronzio causato dall'impianto luci. Comunque non era colpa degli uomini del service, sono cose che capitano... ma voglio dire ai giovani che è importante non lamentarsi continuamente delle difficoltà, perché altrimenti l'uomo dietro il mixer alzerà gli occhi al cielo e dirà: "Oh, mio Dio!" La gente dirà: "Oh, mio Dio!" E così la band e chiunque altro. Bisogna arrangiarsi al meglio delle proprie possibilità. Spesso capiterà di trovarsi in condizioni diverse da quelle cui siamo abituati, ma ogni sera cerchi di fare del tuo meglio e se fai questo quasi sempre la gente ti darà una mano.

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Autore


Stefano Tavernese

Storico collaboratore e infine anche direttore della trentennale rivista Chitarre, giornalista e ottimo musicista polistrumentista con un dichiarato amore per la chitarra & affini.