Angus Mc Og - Arnaut

Angus Mc Og - Arnaut
Elvis Perkins, Samuel Beam (Iron & Wine), Bonnie “Prince” Billy, Bon Iver, Josh T Pearson e l'Amos Lee di oggi, di Mission Bell, più maturo e più chansonnier se vogliamo; il fatto che pure nel secondo disco d’inediti degli Angus Mc Og si riscontrino dei timidi, ma al tempo stesso tangibili e ricorrenti, rimandi ad alcuni dei principali esponenti del “nuovo” songwriting americano comporta automaticamente il sorgere di almeno un paio di conclusioni abbastanza immediate e, in teoria, condivisibili: innanzitutto che l’attuale scena cantautoriale dell’America del Nord sia più che viva e feconda, stimolante, nonché brillante e da non sottovalutare affatto; che gli Angus Mc Og mastichino ottima musica; e poi che l’intrigante progetto capitanato da Antonio Tavoni, che ha preso vita nel 2009, abbia capito benissimo quali siano i maestri più geniali e lungimiranti da seguire, da cui trarre ispirazione, per cercare di sviluppare una proposta musicale quanto meno idonea e valida, ricercata e sensibile, in grado di poter attrarre e funzionare anche e soprattutto oltre i confini nazionali. 


Insomma, gli Angus Mc Og hanno le idee decisamente chiare già da un po’, soprattutto per quel che concerne il suono, l’atteggiamento da individuare e da perseguire per riuscire a materializzare un marchio di fabbrica il più possibile funzionante e gradevole. In effetti Arnaut, totalmente autoprodotto e pubblicato lo scorso 15 febbraio, mette in luce un modo di intendere la scrittura e la composizione assai poco italico. È Oltreoceano, è agli Stati Uniti che gli Angus Mc Og sembrano guardare con attenzione.

Ed è dagli Stati Uniti (e in generale dall’indie-folk e dal baroque pop del nuovo millennio) che la band proveniente da Modena sembra attingere in continuo, specialmente per quel che concerne gli arrangiamenti, la scelta dei suoni, dei volumi e la distribuzione, il bilanciamento, il dosaggio degli strumenti. Arnaut è Lp ricco di chitarre acustiche e di arpeggi tanto delicati quanto visionari, capaci di rimandare a quelle distese e a quei cieli così puri e mastodontici che solo l’America, in fin dei conti, possiede.
 


Ed è un disco, Arnaut (successore di Anorak e distribuito da Audioglobe), in cui si palesa spesso e volentieri l’accordatura aperta, in cui il violoncello è una costante non indifferente e in cui l’uso sporadico dei fiati (tromba e flicorno per intendersi) e del banjo finisce per ricordare, nelle dinamiche, anche gruppi favolosi come Wilco, Arcade Fire, Neutral Milk Hotel ed Okkerville River. Molto belle ed ispirate sono le dieci canzoni presenti nel disco. 

Belle perché possiedono un respiro incantevole: trasudano di solarità e di positività, anche se la malinconia è sempre dietro l’angolo. E belle, le canzoni, perché sincere. Deliziose e cristalline sono poi le melodie. Arnaut è un lavoro che ha la caratteristica – non sempre comune – di colpire e di convincere solo dopo un ascolto ripetuto e non passivo: se inizialmente infatti i brani possono non sorprendere più di troppo, alla lunga si riesce però a scorgerne la discreta eleganza e la buona ricerca musicale che li sorregge, che li avvolge.
 


L’album, registrato e missato tra l’agosto e il settembre del 2012 da Davide Cristiani presso il Bombanella Soundscapes Studio di Maranello, non denota comunque soltanto morbide e delicate ballads, ma anche tracce più graffianti ed energiche per via di un nutrito numero di chitarre elettriche che, in pezzi come The Fire Sermon e la successiva Never Again, confermano la versatilità compositiva degli Angus Mc Og, tornati nell’inverno passato con un lavoro che ne fa comprendere le non poche risorse creative e l’indiscutibile professionalità, la grande dedizione a livello compositivo ed esecutivo.

Sembrano infatti essere l’umiltà e il rigore le due peculiarità maggiormente evidenti degli Angus. In tutto ciò Arnaut pone in rilievo, o meglio palesa, una crescita importante, oltre che il raggiungimento di una maturità che nei prossimi anni potrebbe portarli a togliersi delle soddisfazioni di non poco conto.

Alessandro BasileGenere: Indie-Folk, Acoustic, Baroque Pop

Line-up:
Antonio Tavoni – voce, chitarre, harmonium, organo
Lucio Pedrazzi – batteria, percussioni, cori
Daniele Rossi – violoncello, banjo, organo, chitarre, pianoforte, harmonium

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Tracklist:
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2. Fisher King (On The 7.40 Train)
3. Beyond Ancona Harbour
4. Chaos Is Busy
5. Wasted
6. Jonah
7. The Fire Sermon
8. Never Again
9. The Coal Song
10. The Morning Tale